Gigi Meroni, la storia della farfalla granata

Il 15 ottobre 1967 moriva tragicamente Gigi Meroni, “un artista prestato al calcio”, protagonista indimenticato di un decennio molto controverso. Era ormai terminato il cosiddetto boom economico, che permetteva di guardare al futuro con un certo ottimismo, grazie anche all’opportunità per un sempre maggior numero di persone di accedere a beni e mezzi di consumo come l’automobile o gli elettrodomestici di ultima generazione. Si trattava dell’inizio di un’era di benessere, ma anche di crescente consumismo.

Il mondo, nel frattempo, si ritrovava nel pieno della guerra fredda, con le due superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica, impegnate a far prevalere la loro influenza senza arrivare allo scontro armato. L’Europa era inoltre attraversata da una profonda trasformazione socio-culturale, perlopiù tra i giovani, che esprimevano la loro ribellione utilizzando diverse forme, come l’abbigliamento, il look, la musica e manifestazioni nel tentativo di rompere con gli schemi tradizionali e conservatori.

Meroni, nonostante una carriera piuttosto breve e avara di trofei, incarnò alla perfezione la figura dello sportivo anticonformista creato da quel movimento “beat” che influenzò radicalmente le giovani generazioni tra gli anni cinquanta e sessanta, lasciando un segno indelebile sia dentro che fuori dal campo. Pur senza volerlo, rifiutando i rigidi usi e costumi tradizionali, venne eletto a simbolo di quella generazione, insieme ad un altro poeta del pallone, il fuoriclasse nordirlandese George Best.

Di modi gentili e toni garbati, nelle sue uscite si poneva sempre con educazione, mentre con grande simpatia riusciva a sdrammatizzare anche le situazioni più intricate. Memorabili a tal proposito gli episodi in cui raccoglieva le monetine lanciate dagli spalti a lui indirizzate, che poi avrebbe utilizzato per pagare l’aperitivo ai compagni di squadra, oppure la scenetta in cui, fingendosi giornalista, passeggiava per Torino e chiedeva pareri su sé stesso senza essere riconosciuto.

Gigi Meroni, Genova e l’amore

Nato a Como nel febbraio del 1943 e rimasto orfano di padre a soli due anni, Gigi Meroni trascorre l’infanzia e l’adolescenza con la mamma, il fratello Celestino e la sorella Maria, districandosi tra le ristrettezze economiche in un’Italia impegnata nella ricostruzione, ma ancora con pesanti strascichi lasciati dalla Seconda guerra mondiale.

Dimostrando fin da ragazzo una spiccata attitudine per il disegno e la pittura, dopo i primi calci tirati nel cortile di casa inizia a giocare nella società dilettantistica dell’oratorio. Una volta sfumato l’ingaggio da parte dell’Inter, che non si concretizza per le titubanze della madre, restia a mandarlo a Milano a causa della sua tenera età, fa la trafila nelle giovanili del Como, mettendosi in luce fin da subito per il talento fuori dal comune e un controllo di palla invidiabile. A diciott’anni può finalmente esordire tra i professionisti in Serie B, nel club lariano, dove disputa una brillante annata, al termine della quale viene acquistato dal Genoa, fresco vincitore della cadetteria e promosso nella massima serie.

Inizialmente impiegato con parsimonia, anche per le perplessità dell’allenatore legate alla sua esile corporatura, verso la fine della stagione, grazie a prestazioni sempre più convincenti, si guadagna la fiducia dello staff tecnico e aumenta sensibilmente il proprio minutaggio, dando un contributo fondamentale alla salvezza del Grifone.

In quegli anni il capoluogo ligure è in fermento, ancora scosso per i feroci scontri di fine giugno 1960 tra la polizia e i manifestanti antifascisti, scesi in piazza per contestare il governo Tambroni, reo di aver autorizzato il congresso nazionale del Movimento Sociale Italiano proprio in una delle città in cui la Resistenza era stata maggiormente attiva.

Nella stagione successiva le sue prestazioni salgono ulteriormente di livello, condite da gol, assist, dribbling e ricami d’alta scuola. Con i calzettoni abbassati alla Sívori, le sue scorribande sulla fascia sono sempre più frequenti, tanto che la Genova rossoblù, visto il suo stile di gioco, lo ribattezza “la farfalla rossoblù”. Il periodo genovese, che vede affacciarsi figure come Tenco, Lauzi, Paoli e De André, oltre a dargli soddisfazioni in ambito calcistico gli regala l’incontro con Cristiana, una giovane ragazza che diventa la sua compagna e gli rimarrà accanto per tutta la vita. Una storia d’amore iniziata quasi per caso come nelle favole, con la diciassettenne conosciuta in un luna park gestito dai genitori giostrai, ma che dà modo a benpensanti e perbenisti di scatenare le loro critiche, soprattutto quando, una volta insediati a Torino, i due decidono di andare a convivere. Oltre alla differenza d’età, suscita scalpore il fatto che la ragazza sia in attesa dell’annullamento, da parte del Tribunale della Santa Sede, del matrimonio combinato in precedenza dai genitori, che la diedero in sposa a un regista romano, invaghito della fanciulla durante le riprese di alcune scene di un film nel loro parco divertimenti.

Il trasferimento al Torino e il rapporto mai decollato con la Nazionale

Nell’estate del 1964 Meroni si trasferisce a Torino: il club granata lo acquista per circa 300 milioni, fortemente voluto dal presidente Orfeo Pianelli che vede in lui il possibile uomo della riscossa del club granata, che dopo la tragedia di Superga non era ancora riuscito a tornare ai fasti di un tempo. Nella città sabauda, come detto, Meroni prende casa con la sua amata in una piccola mansarda situata in piazza Vittorio Veneto e con le sue finte e le carezze al pallone, sotto la guida di Nereo Rocco, approdato in Piemonte dopo l’esperienza e i trionfi al Milan, diventa fin da subito l’idolo di una tifoseria in gran parte proletaria, che lo elegge a simbolo della propria contrapposizione alla più quotata Juventus, che rappresenta la classe borghese e aristocratica del capoluogo subalpino, da circa mezzo secolo legata agli Agnelli, padroni della Fabbrica Italiana Automobili Torino, per tutti la Fiat.

Sotto la Mole Antonelliana, tra allenamenti e partite, coltiva anche le sue altre passioni, dedicandosi alla pittura (celebre, tra i dipinti, l’autoritratto che fu poi donato dalla compagna al Museo del Grande Torino, così come la Fiat Balilla, l’iconica auto rimodernata a suo gusto, con la quale amava spostarsi) e anche alla moda, creando abiti tanto particolari quanto eleganti, da lui stesso indossati e alimentando, con comportamenti eccentrici come le celebri passeggiate con una gallina al guinzaglio, l’immagine bohémien a cui veniva spesso associato. Ormai calciatore affermato, il suo talento smisurato non viene sfruttato come meriterebbe in azzurro, poiché i dirigenti federali e una parte della stampa non vedono di buon occhio le sue stravaganze, motivando così le mancate convocazioni.

Non viene convocato nelle selezioni giovanili azzurre e a ventidue anni disputa un paio di partite con la Nazionale B, peraltro solo dopo essersi piegato al taglio dei capelli, poco consoni ai costumi in voga nell’Italia conservatrice, previa richiesta del selezionatore Edmondo Fabbri. È lo stesso allenatore ravennate che ritrova come commissario tecnico quando, tornato ai capelli lunghi, esordisce nella primavera del 1966 con la casacca della Nazionale maggiore. Proprio quell’anno, seppur tra le perplessità già espresse dalla Federazione, ma acclamato a furor di popolo, viene convocato per la rassegna iridata inglese programmata per il luglio seguente.

La spedizione in terra d’Albione si rivela però infausta, con la squadra mal gestita e forse ancora peggio assortita, pur figurando nella rosa, oltre al funambolo del Torino, altri campioni di livello assoluto come il suo compagno di squadra, lo stopper vecchio stile Roberto Rosato, il portiere viola Enrico Albertosi, le colonne dell’Inter Giacinto Facchetti e Sandro Mazzola, il golden boy rossonero Gianni Rivera e Giacomo Bulgarelli, centrocampista e anima del Bologna. Il cammino verso Wembley si interrompe già al primo turno, con una delle peggiori disfatte della storia del calcio del Bel Paese, la clamorosa sconfitta con la Corea del Nord.

Meroni, impiegato solo nella sconfitta con l’Unione Sovietica durante la seconda partita del girone, viene accolto a Genova, scalo utilizzato pensando di sfuggire alle probabili contestazioni, da sostenitori delusi e inviperiti che, al pari del resto della comitiva, ne fanno oggetto di pesanti critiche, additandolo come uno dei principali responsabili del fallimentare torneo, poi vinto dai padroni di casa.

La sua carriera in Nazionale termina, di fatto, con questa esperienza, certamente non positiva guardando ai freddi numeri (6 presenze e 2 gol), ma forse mai decollata a causa dell’ostracismo nei suoi confronti in seno agli organi federali. Al rientro in patria, dopo le vacanze di rito, il campionato riparte a settembre e il folletto granata vive un’ottima stagione, deliziando gli spettatori con giocate sublimi e realizzando anche diverse reti. Resta famosa, per esempio, la perla di San Siro contro l’Inter, quando elude con una finta l’intervento di Facchetti, terzino e capitano dei nerazzurri, e poi supera Sarti con un beffardo pallonetto che gli consente di strappare applausi anche tra il pubblico della Beneamata.

Nonostante le prodezze del numero 7, ormai trasformato da “farfalla rossoblù” a “farfalla granata”, il torneo del Torino si rivela comunque avaro di soddisfazioni, concluso con un anonimo settimo posto. Nell’estate del 1967, l’ultima vissuta da Meroni, prende così corpo l’idea dell’Avvocato Agnelli, con cui la Vecchia Signora cerca di strappare la stella ai cugini per dare continuità allo scudetto appena conquistato e provare ad affermarsi in Europa, terreno da sempre minato per la cosiddetta fidanzata d’Italia. Il presidente e la dirigenza del Torino, alle prese con difficoltà economiche, vacillano di fronte a un’offerta monstre di circa 750 milioni, ma decidono di rifiutare, anche in virtù delle proteste e della sollevazione popolare. I tifosi danno una volta di più dimostrazione della passione viscerale che li lega a quei colori e a quella maglia, amore manifestato in più occasioni sul rettangolo verde, con il celebre tremendismo granata.


Il successo al San Siro con uno splendido gol di Gigi Meroni

Tragico epilogo

La stagione 1967-68 inizia per Meroni con la maglia della squadra diventata leggenda nel fortino del Filadelfia, passata in estate dalla guida del Paròn a quella di Fabbri, proprio colui che da commissario tecnico lo aveva in parte osteggiato in azzurro. Le prestazioni personali mantengono comunque un livello di assoluto valore e nell’ultima partita disputata, poche ore prima che il suo tragico destino si compia, la “farfalla granata” gioca un secondo tempo stellare, disegnando arabeschi sul prato del Comunale e contribuendo alla vittoria per 4-2 contro la Sampdoria.

Resterà l’ultimo spettacolo dell’indimenticabile giocoliere del football nostrano. Simbolo di un calcio romantico, muore la sera stessa, investito da un’auto mentre attraversa corso Re Umberto, a pochi passi da casa, insieme all’amico e compagno Fabrizio Poletti, fortunatamente sopravvissuto all’impatto. A rendere ancora più drammatico l’accaduto è il fatto che alla guida di una delle due auto coinvolte ci fosse un giovane tifoso del Toro, Attilio Romero, che nel pomeriggio aveva assistito alla sfida ai blucerchiati e che anni dopo diventerà anche presidente della storica società fondata in via Pietro Micca.

La domenica successiva, in una città sotto shock, si disputa il derby. La stracittadina, giocata in un clima surreale, vede prevalere il Torino, che travolge i rivali con un perentorio 4-0 grazie alla tripletta del centravanti Nestor Combin, con un passato nella società bianconera, e all’ultima rete segnata dal nuovo numero 7, Alberto Carelli, chiamato suo malgrado a raccogliere l’eredità del calciatore appena scomparso.

Il suo approccio alla vita, solo all’apparenza disincantato, lascia pensare a un ragazzo che avrebbe voluto essere accettato senza pregiudizi, con quegli occhi furbi e malinconici spesso nascosti dietro occhiali scuri, desideroso di vivere libero, scherzare e giocare, anche e soprattutto a “un altro gioco”.

Andreas Sisti
Andreas Sisti
Metalmeccanico nato nel 1981 con il pallone da calcio al piede, fin da bambino con la passione dello sport giocato e raccontato, possibilmente romantico.

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