Alexander Zverev, un nuovo tennis per sfidare Sinner e Alcaraz

Non è facile essere il numero 3 al mondo, soprattutto se con il numero 4, c’è la stessa, ampia differenza che c’è con il numero 2, così vicino a vincere i tornei più importanti del mondo e, quando i primi due sono in tabellone, così lontano dal riuscirci. Una sorta di limbo perenne, in cui si perde sempre con gli stessi due giocatori, perché prima si battono tutti gli altri, frustrante soprattutto in uno sport come il tennis dove, bene o male, potenzialmente potresti giocarci contro tutte le settimane o quasi. Negli ultimi due anni della sua vita sportiva, Alexander Zverev è stato l’indiscusso terzo tennista più forte del pianeta, un profilo di alto livello, nettamente più forte di tutti gli altri tennisti (con le sporadiche eccezioni di Medvedev e delle versioni Slam di Djokovic).

Alexander Zverev, la passività e l’ombra di Sinner e Alcaraz

Quella vissuta da Zverev è una situazione complicata, aggravata dal fatto di aver assaporato per anni la possibilità di diventare il numero 1, pazientando a lungo in vista del tramonto di Rafa Nadal e Novak Djokovic, e dalla quale non sembra di poter uscire, vista l’età dei suoi due nuovi avversari: non più ultratrentenni come Djokovic e Nadal, ma appena ventenni come Jannik Sinner e Carlos Alcaraz, che da inizio 2024 hanno monopolizzato gli Slam senza lasciare il minimo spiraglio per la concorrenza.

La concorrenza vede in Zverev il suo esponente più illustre, colui che è andato più vicino a sovvertire la dittatura: è arrivato in finale (Roland Garros 2024 persa contro Alcaraz e Australian Open 2025 persa contro Sinner) e ha perso partite già vinte in semifinale (Australian Open 2026 contro Alcaraz), senza però mai riuscirci. Quest’anno più che mai il triste ruolo di Zverev è stato evidente: dagli Australian Open a Madrid, uno Slam e quattro Masters 1000 consecutivi, ha perso solo con Alcaraz (una volta) e Sinner (quattro volte). Mai come quest’anno è sembrato lontano dagli altri due, tecnicamente e mentalmente. Eppure, senza mai rassegnarsi. Anzi, forse per la prima volta nella sua carriera ha provato a cambiare qualcosa nel suo gioco, che gli permettesse di essere più imprevedibile, più aggressivo e, di conseguenza, più competitivo.

L’unica fortuna, se così si può chiamare, nell’avere davanti due avversari più forti, è quella di essere costretti a migliorarsi, a cercare nuove soluzioni e a provare a raggiungere un livello che, fino a quel momento, si pensava fosse inarrivabile. Ed è quello che è successo a Zverev, che a quasi trent’anni, dopo essere stato per anni un certo tipo di giocatore, con certezze, pregi e limiti ormai ben definiti, ha capito che continuare a fare le stesse cose, anche facendole benissimo, non sarebbe bastato per vincere uno Slam e stare al passo con Sinner e Alcaraz. La sconfitta contro lo spagnolo agli Australian Open, arrivata perdendo 7-5 al quinto set dopo aver servito per il match, deve avergli fatto capire definitivamente che per batterli sarebbe servito giocare in modo diverso. Ed è probabilmente dalla successiva sfida con Sinner a Indian Wells che è nato il nuovo Zverev, più aggressivo, più imprevedibile e disposto a uscire dalla propria zona di comfort, perché ormai consapevole che, per provare a raggiungere quei due, avrebbe dovuto percorrere strade che fino a quel momento non aveva mai avuto il coraggio di percorrere.

Nonostante quel risultato e le battute d’arresto successive, il nuovo Zverev è nato proprio in quella sfida a Indian Wells, dove ha cercato, per sua stessa ammissione, di essere iperaggressivo, accettando di commettere molti errori nel tentativo di rimanere in controllo degli scambi, dichiarando come quell’ “esperimento” fosse un primo passo verso il tennista che voleva diventare.

I miglioramenti

Facile a dirsi, un po’ meno a farsi, soprattutto perché spesso, e Zverev non è un’eccezione, le attitudini tattiche dei giocatori e il loro atteggiamento in campo dipendono molto più dalle caratteristiche tecniche che dal carattere. La narrazione, alimentata anche da giornali e media, secondo cui il tedesco non riuscisse a fare l’ultimo step per limiti caratteriali o per problemi nella gestione mentale della partita, è sempre stata solo parzialmente giusta: se è vero che Zverev ha sempre avuto problemi a vincere quelle partite importanti che finivano punto a punto  (gli esempi più famosi sono la finale contro Thiem agli US Open 2020, la semifinale degli Australian Open 2024 contro Medvedev, la semifinale in Australia di quest’anno e la finale del Roland Garros 2024 contro Alcaraz), è anche vero che quei problemi, più che dalla mente, sono partiti dal braccio, dai suoi limiti tecnici e, di conseguenza, da quelli tattici.

Il tedesco è il prototipo che sembrava doversi imporre all’inizio di questo decennio, un atleta abbondantemente sopra il metro e novanta, dotato di un servizio devastante, ma anche, inaspettatamente, di una mobilità e agilità senza precedenti, considerata l’altezza. Lui e Medvedev incarnavano il volto di una Next Gen che sembrava destinata a non fallire. Dietro di loro arrivavano Tsitsipas, Rublëv, Berrettini, Hurkacz, Khachanov e Fritz: il tennis del futuro, tutti intorno al metro e novanta (tranne Rublëv, tutti al di sopra di questa soglia), capaci di muoversi in modo sorprendentemente efficace (Hurkacz e Berrettini sono stati poi limitati dagli infortuni, ma anche loro si muovevano in modo incredibile agli inizi), pronti a prendere l’eredità dei big three e dividersi tutti gli Slam e Master 1000 a disposizione.

In realtà, fino a quest’anno l’unico a vincere uno Slam tra i tennisti sopracitati era stato Medvedev e il futuro che non vedeva l’ora di accoglierli è rapidamente sparito, annullato dagli ultimi colpi degli immortali Nadal e Djokovic e dai primi dei precocissimi Alcaraz e Sinner, che hanno trasformato la Next Gen in una generazione senza futuro, esattamente come era successo a quella nata nei primi anni ‘90.

Come detto, Zverev in qualche modo è riuscito a elevarsi rispetto al resto dei suoi coetanei, ma il suo gioco è rimasto ingabbiato in quell’era e, purtroppo per lui, non è stato sufficiente per essere competitivo in questa. Tutti i tennisti citati prima, che adesso dovrebbero essere nel pieno della carriera, faticano a rimanere nella Top 20 e sono ormai lontani dalla Top 10, con poche eccezioni come Medvedev e Fritz. Tutti ampiamente superati dai ragazzi nati nei primi anni del 2000, che sembrano giocare ad altre velocità e muoversi ancora meglio, ma che soprattutto sono efficaci su entrambi i lati del campo, giocando sempre in spinta alla costante ricerca del punto.

Ed è qui la grande differenza tra la vecchia generazione e la nuova: nel tennis contemporaneo è fondamentale prendere in mano lo scambio. A conquistare partite e tornei sono i giocatori capaci di prendersi dei rischi, quelli che cercano sempre di essere in controllo e accettano gli errori pur di essere aggressivi. Insomma, l’opposto dello stile di gioco di Zverev. Il tedesco, nonostante l’altezza e il servizio devastante, ha sviluppato il suo tennis intorno alle sue capacità fisiche, giocando quindi spesso in modo passivo, lontano dalla linea di fondocampo, preferendo la manovra e gli scambi infiniti al vincente, nel tentativo di sfinire gli avversari più che di travolgerli a pallate, e lasciando al solo incredibile servizio il compito di accorciare gli scambi.

Questione di attitudine e di concezione tattica della partita, certo, ma anche dei profondi limiti sul dritto, che lo hanno reso così incerto da accettare di essere passivo, piuttosto che di prendersi rischi. Il dritto di Zverev è infatti il colpo meno efficace del suo repertorio (insieme alla seconda di servizio, che però negli anni ha migliorato tantissimo): impatta la pallina con un’apertura ampia e una preparazione lenta, portando molto indietro la racchetta aiutandosi con la mano sinistra. Questi aspetti, insieme all’impugnatura che con gli anni è passata da semi-western a western completa, fanno sì che debba usare molto braccio e polso e trovare quindi un timing perfetto per essere efficace.

Le difficoltà arrivano quando viene fatto muovere o attaccato con palle veloci da quella parte: le sue caratteristiche tecniche lo portano a perdere il tempo dell’impatto, a rallentare il movimento e quindi a perdere profondità o, nel peggiore dei casi, la misura del campo. Il suo atteggiamento, quindi, dipende molto dai difetti e dalle insicurezze: quelle poche volte in cui riesce a verticalizzare e a prendere il controllo dello scambio, infatti, lo fa con il rovescio, che invece è uno dei migliori del circuito e che usa con totale naturalezza in qualsiasi situazione.

I progressi, quindi, hanno riguardato soprattutto il modo di gestire il dritto, più che una vera e propria rivoluzione tecnica, difficile da immaginare a trent’anni dopo aver giocato quel colpo nello stesso modo per tutta la carriera. Zverev non ha improvvisamente eliminato l’apertura ampia o risolto tutti i problemi di timing, ma ha iniziato ad accettare maggiormente il rischio di sbagliare, cercando di impattare prima la palla, di perdere meno campo e soprattutto di prendere il controllo dello scambio, compiendo quel passo decisivo nella gestione del punto che gli è sempre mancato.

D’altra parte, anche se può sembrare controintuitivo, i difetti di un colpo spesso si nascondono cercando di prendersi qualche rischio in più, pur di mantenere il controllo del gioco e quindi, possibilmente, accorciare gli scambi, piuttosto che giocare di rimessa, lasciando così l’iniziativa all’avversario, con il rischio di essere attaccato proprio su quel “lato debole” e di andare inevitabilmente in difficoltà.

Un giocatore nuovo

Questo cambio mentale e tattico è enorme per un giocatore così importante, perché significa mettere in discussione tutto quello che per anni gli ha permesso di diventare uno dei tennisti più forti al mondo e reinventarsi per conquistare l’ultimo gradino. Zverev ha costruito la propria carriera sulla sicurezza, sulla profondità e sulla capacità di giocare una palla in più dell’avversario, mentre adesso pare aver capito, soprattutto contro i migliori, che quella palla in più spesso non arriverà mai, perché trasformata in vincente da Sinner, Alcaraz e tutti i nuovi prospetti che stanno arrivando velocemente, a partire da Menšík, Fonseca e Jódar.

Da Indian Wells in poi il tentativo è diventato sempre più evidente: più dritti giocati in avanzamento, una preparazione più rapida per anticipare il movimento e maggiore pesantezza sul colpo: in generale, un atteggiamento completamente diverso, sostenuto da una nuova convinzione.

E i risultati sono arrivati. Tra Roland Garros e Wimbledon ha mostrato probabilmente la versione più completa di questa evoluzione, riuscendo a trasferire anche negli Slam un tennis più aggressivo e meno dipendente esclusivamente dalla propria straordinaria capacità difensiva e di manovra. Il punto, però, non è tanto stabilire se il suo dritto sia diventato improvvisamente il suo punto di forza – non lo è e non lo sarà mai – quanto piuttosto capire se possa diventare abbastanza efficace da permettergli di giocare contro Sinner e Alcaraz senza essere costretto, prima o poi, a tornare alle vecchie abitudini.

A Parigi ha gestito il torneo con grande solidità dall’inizio alla fine, superando avversari importanti come Jódar e Menšík, prima di domare le proprie emozioni in finale con Cobolli e realizzare il sogno di una vita: conquistare uno Slam. L’uscita di Sinner al secondo turno, certo, ha facilitato la sua cavalcata, ma il vecchio Zverev si sarebbe fatto risucchiare dalla pressione di dover vincere per forza, tornando a rifugiarsi nelle vecchie certezze e nella propria passività, lasciando il risultato nelle mani degli avversari. Non è successo e anzi, anche nel momento più difficile della finale con Cobolli, a inizio quinto set dopo aver perso il quarto al tie-break, ha continuato a credere nel percorso intrapreso e ha preso in mano definitivamente la finale senza guardarsi più indietro.

Wimbledon è stata la conferma che la strada intrapresa è quella giusta: non aveva mai superato gli ottavi in tutte le precedenti partecipazioni, stavolta è approdato con autorità in finale, battendo anche la sua bestia nera Fritz, per poi giocare contro Sinner due dei migliori set della sua carriera. Non è riuscito a batterlo, ma ha mostrato finalmente una convinzione tattica e mentale completamente rinnovata e impensabile fino all’anno scorso.

Il paradosso è che per conquistare finalmente lo Slam che inseguiva da tutta la carriera, Zverev ha dovuto mettere in discussione proprio il tennis che per anni lo aveva portato così vicino a farlo. Meno sicurezza, più rischio; meno attesa, più iniziativa; meno dipendenza dalle proprie certezze e più disponibilità a convivere con gli errori. A quasi trent’anni si è trovato nella strana situazione di dover cambiare proprio nel momento in cui sembrava ormai un giocatore completamente formato.

Parigi ha dimostrato che quella trasformazione poteva portarlo dove non era mai arrivato; Wimbledon ha dimostrato che lo Slam vinto non era stato soltanto il frutto di circostanze favorevoli. Sinner e Alcaraz restano più forti, ma per la prima volta Zverev sembra aver capito che, per provare davvero a stare al loro livello, quella nuova dimensione deve conquistarsela da solo. Anche a costo di smettere, almeno in parte, di essere il tennista che è sempre stato.


Il nuovo Zverev, capace di prendersi il primo Slam in carriera

Lorenzo Giamattei
Lorenzo Giamattei
Folgorato da piccolo dalle movenze di Kakà, dai colpi di Federer e dalla potenza di LeBron James. Scrivo di sport con curiosità, rispetto e passione. Perché dietro un risultato, una vittoria o una sconfitta, c’è sempre una storia da scoprire e quindi da raccontare.

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