Tutto inizia da Belém, una zona tranquilla a ovest di Lisbona. La Torre di São Vicente, più comunemente nota come Torre di Belém e immersa nell’Oceano Atlantico, attira migliaia di visitatori ogni anno che scattano foto senza soluzione di continuità per una delle cartoline più belle della capitale portoghese. È il 28 febbraio del 1904 e in Rua de Belém 85 Manuel Gourlade, un impiegato della Farmacia Franco, si riunisce con Cosme Damião e altri ventiquattro amici appassionati di calcio nei locali del negozio: è qui che nascerà il primo atto costitutivo dello Sport Lisboa e Benfica.
Parte da lì la storia di uno dei club di calcio più prestigiosi e vincenti del Portogallo, divenuto famoso anche in Europa e poi nel mondo. Lisbona, come la sua antagonista del nord Porto, è una città che vive di calcio e in cui la passione per questo sport è apprezzabile in ogni momento della sua quotidianità. Non c’è giovane tifoso che non indossi la maglia biancorossa o adulto che mostri con fierezza il suo amore per una società che ha nel palmarès la bellezza di trentotto Primeira Liga.
Nel mio viaggio alla scoperta del Portogallo, e in particolare di Lisbona, ci sono stati due momenti specifici in cui mi sono reso conto della sua grandezza e di quanto sia importante il Benfica per il popolo lisbonese. Quando parlo di grandezza non mi riferisco alle dimensioni del centro urbano (o della periferia) ma della sua maestosità, con la sua eleganza ma anche il disordine che regna in alcuni quartieri. Un disordine curiosamente affascinante, che rende la capitale lusitana una della città più belle che io abbia mai visitato.
Praça do Comércio: grande come la popolarità del club
La zona di Alameda, un’area residenziale e tranquilla a nord della città, è la base che abbiamo scelto per dormire a Lisbona. È un quartiere ben tenuto dove ha sede l’Instituto Superior Técnico ed è a soli pochi minuti di metro da Praça do Rossio, una delle piazze più centrali della capitale.
Per raggiungere il centro si può scendere alla fermata Rossio: da quel punto ci incamminiamo nella bolgia di turisti che invade il Portogallo ogni estate. Fa caldo e ci ripariamo all’ombra dei palazzi di Rua Augusta, una lunga arteria piena di negozi e ristoranti che porta verso l’oceano. Percorriamo la via stanchi dal viaggio appena terminato da Porto, ma pochi minuti dopo, non appena mettiamo piede in Praça do Comércio, ci imbattiamo in una pace inaspettata.
La piazza è attraversata dai binari dei tram gialli, che ci passano davanti: il nostro sguardo si perde nello spazio immenso del piazzale, circondato da edifici con lunghi colonnati. Al centro dell’area pedonale sorge la statua equestre dedicata a Dom José I, il re che ha governato il Portogallo durante lo spaventoso terremoto del 1755.
Al di là della piazza c’è l’oceano, in cui decine di barche veleggiano mentre dalla costa arriva una musica dolce: un artista di strada suona la chitarra e canta, attirando diversi turisti che bevono una birra mentre si rilassano al tramonto di Lisbona. Mi commuovo. Praça do Comércio ti lascia senza fiato: è una piazza per tutti, è di tutti. Come il Benfica.
La squadra in cui ha militato il leggendario Eusébio, Pallone d’Oro nel 1965, è la squadra della gente di Lisbona. La società è nata grazie all’amore di alcuni ragazzi che giocavano a calcio per strada, legati principalmente ai ceti popolari della capitale. Il Benfica, che prende il nome dal quartiere a nord-ovest della città, per i primi anni della sua storia non ebbe nemmeno un campo di proprietà, giocando le partite su diversi terreni della capitale portoghese. Anche per questo lo Sport Lisboa e Benfica è legato al tessuto cittadino: è nato dal basso, è cresciuto nella Lisbona dei primi del Novecento ed è diventato un simbolo della città e, con il tempo, dell’intero Portogallo.
Negli anni Cinquanta e Sessanta il Benfica vive uno dei periodi di massima ascesa della propria storia, affermandosi in Portogallo e in Europa. In tale periodo la squadra della capitale vince tre volte la Liga portoghese, sei Coppe di Portogallo e soprattutto due Coppe dei Campioni. In quegli anni arrivano anche i cambi degli impianti: prima Amoreiras, poi Campo Grande e infine, nel 1954, l’Estádio da Luz (ristrutturato nel 2004 in occasione degli Europei), un impianto che è arrivato a contenere 100.000 spettatori. La casa del Benfica, che sorge nella freguesia di São Domingos de Benfica (un tempo area ricercata dall’aristocrazia di Lisbona per scappare dal caos del centro cittadino) è stata fin dalla sua nascita un punto di riferimento per la vita collettiva del quartiere, divenuto moderno e residenziale con il boom economico di metà secolo, e oggi è contraddistinta da spazi per i tifosi e per le attività sociali.
Eusébio: la Perla Nera simbolo di Benfica e Lisbona
Eusébio è stato uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi: Pallone d’Oro nel 1965 e vincitore di undici titoli portoghesi, cinque coppe nazionali, una Coppa dei Campioni e della Scarpa d’Oro in due occasioni. Ma sarebbe stucchevole elencare “solo” i suoi trofei, che sono tanti e importanti. Ciò che la Pantera Nera del Mozambico ha rappresentato per il Benfica va ben oltre il semplice connubio fra bandiera e club. La società biancorossa è stata la prima squadra lusitana ad alzare la Coppa dei Campioni. Nella finale del 1961 a Berna contro il Barcellona, però, Eusébio non fu protagonista. Nella stagione successiva gli Encarnados riuscirono a ripetersi contro il Real Madrid, ad Amsterdam. La Perla Nera mise a segno una doppietta nel 5-3 che consegnò al Benfica il secondo titolo consecutivo, un’impresa mai più riuscita a una squadra portoghese, come vaticinato dall’allenatore ungherese Béla Guttmann in una delle più celebri maledizioni della storia dello sport.
Quella di Eusébio con la maglia delle Aquile è una storia romantica: dall’acquisto rocambolesco a discapito dei cugini dello Sporting Lisbona, con annesso nascondiglio a Lagos (Algarve) affinché i rivali non lo rapissero per ingaggiarlo, alla sua morte, nel 2014, quando il Benfica e l’intero Portogallo proclamarono tre giorni di lutto nazionale. Di fronte all’Estádio da Luz, una statua di bronzo a lui dedicata testimonia l’affetto che il popolo benfiquista gli ha riservato per tutti i quindici anni in cui l’attaccante ha vestito la maglia numero 10.
Grazie ai successi europei e alle prestazioni di Eusébio, il Benfica diventa così uno dei simboli di Lisbona riconoscibili anche oltre i confini del Portogallo. Eusébio spiegò così quanto il Benfica fosse importante per lui: «Non potrei mai cambiare il rosso con il blu», con chiaro riferimento agli acerrimi rivali del Porto.
La statua di Eusébio fuori dal Da Luz
Una sera al Da Luz
È lunedì 31 agosto e il Benfica, che che ha giocato pochi giorni prima il ritorno dei playoff di Europa League con l’Aarhus vincendo per 1-3, ospita nel posticipo della quarta giornata della Primeira Liga l’Estoril Praia, ex squadra di Marco Silva, ora allenatore dell’undici di Lisbona. Quella sera mi trovo al Da Luz. La mia paziente compagna accetta di accompagnarmi a vedere una partita che a molti appassionati di calcio potrebbe non interessare. Ma voglio fare questa esperienza: e posso dire che nessuno dei due è preparato allo spettacolo che stiamo per vivere.
Da Alameda prendiamo la metro rossa per São Sebastião, poi cambiamo linea (azzurra) per proseguire in direzione Reboleira. Nel giro di mezz’ora siamo nella zona dello stadio, seguendo una folla di ogni età, quasi interamente vestita di biancorosso. Anche noi siamo agghindati per l’occasione: io con una sciarpa, lei con uno zainetto del club. Il viaggio verso il Da Luz con i mezzi pubblici è già parte dell’esperienza, perché ci permette di immergerci nella passione benfiquista al 100%. È un giorno come gli altri a Lisbona: la gente esce da lavoro e torna a casa, mentre migliaia di turisti attraversano la capitale e altrettanti tifosi raggiungono lo stadio per sostenere i colori del loro cuore.
Usciti dalla metropolitana ci incamminiamo verso l’impianto, travolti dall’ondata di tifosi che cresce passo dopo passo. La zona intorno al Da Luz è molto bella, ma noi siamo concentrati su altro. Il viale in salita che percorriamo porta direttamente verso la pancia dello stadio, mentre luci e suoni diventano sempre più intensi. I tifosi mangiano, bevono una birra e parlano di calcio: un maxischermo proietta le immagini degli spettatori già appollaiati in tribuna e due giovani presentatori animano il prepartita, mentre la serata di Lisbona lentamente si nasconde nel tramonto d’agosto.
Troviamo il nostro ingresso e saliamo le scale quasi di corsa: mi sembra di essere tornato bambino, alla prima volta in cui vidi dal vivo la mia squadra. La mia compagna sorride e mi scatta qualche foto con il tappeto verde alle spalle: è bellissimo, perfettamente illuminato dalle luci dello stadio. Le tribune sono imponenti e alle spalle del tetto rosso si intravede la città, punteggiata dalle luci dei palazzi. Abbiamo scelto l’ultima fila, quella più in alto. Una decisione sbagliata, perché poco dopo si alza un vento freddo che ci fa tremare per tutti i novanta minuti.
Il Da Luz si riempie, arriva il momento dell’annuncio delle formazioni e le voci dei tifosi si alzano: la gente canta a squarciagola il proprio amore per il Benfica. È qualcosa di viscerale, che le parole non possono descrivere. Ho i brividi, vorrei per un attimo essere portoghese e sentire sulla pelle ciò che provano i tifosi delle Aquile. Già, l’aquila. Il falconiere lascia volare Vitória, il rapace che a ogni incontro casalingo vola intorno agli spalti e al campo prima di posarsi sullo stemma del club, quasi a consegnare ai giocatori il proprio augurio di vittoria. Non avevo mai assistito a uno spettacolo del genere: un animale diventato simbolo di una squadra che a sua volta sembra inseparabile dalla città che rappresenta.
È il momento dell’ingresso dei giocatori e con loro comincia l’inno: l’intera tifoseria canta le parole dell’inno che noi non conosciamo, ma che possiamo immaginare. Tutti i presenti hanno in mano una sciarpa tesa. Mi unisco a loro. È un momento commovente, dentro una serata che mi riconcilia con il gioco del calcio e con la passione che provo per questo sport. Mi godo l’inno mentre la mia compagna registra un video. Io voglio soltanto assaporare quel lunedì di fine agosto.
Il resto è una semplice partita di calcio. Il Benfica vince 2-1 con qualche brivido finale. Ma io avevo già vissuto lo spettacolo. Il pre-gara aveva già ripagato il prezzo del biglietto: tutto era cominciato in metropolitana ed era proseguito fino all’ingresso nello stadio. Non a caso George Best, storico campione del Manchester United, disse:
«Se avessi dovuto scegliere, avrei voluto nascere portoghese solo per giocare nel Benfica con Eusébio».
Gli highlights del successo del Benfica sull’Estoril Praia

