Nella seconda metà dell’Ottocento, sia in Europa sia negli Stati Uniti, iniziano a sorgere i primi velodromi. Si tratta di strutture a forma di anello, con curve inclinate, progettate specificamente per il ciclismo su pista. Siamo all’alba dello sport dedicato alle due ruote; è proprio a metà del XIX secolo, infatti, che iniziano a svolgersi le prime competizioni ufficiali. Ma il ciclismo su strada presenta ancora diversi limiti.
Lo sport moderno, come ha mostrato Allen Guttmann [1], si caratterizza per la progressiva razionalizzazione e quantificazione della prestazione. E una disciplina soggetta a una forte incidenza del fondo stradale e a interferenze esterne, non riesce realmente a soddisfare queste condizioni. Il ciclismo su pista, al contrario, permette un confronto diretto tra gli atleti, un totale controllo di ciò che accade sul terreno di gara e la possibilità di tracciare prestazioni e record. La pista diventa così uno spazio perfettamente coerente con la logica dello sport moderno.
La Gran Bretagna è considerata la patria di questo tipo di impianto, ma la sua espansione avviene a macchia d’olio nei Paesi occidentali, attraversati in quegli anni da un rapido sviluppo industriale. L’urbanizzazione permette di sdoganare lo sport come forma di intrattenimento [2]. E mentre sulla strada il passaggio dei corridori davanti allo spettatore è fugace, la pista gli consente di seguire le gare per intero, di godere di duelli ravvicinati e di partecipare emotivamente all’evento.
Peter Joffre Nye [3], studiando le Sei Giorni americane, mostra come già sul finire dell’Ottocento il velodromo fosse integrato nel nascente sistema dello spettacolo cittadino, con biglietti, pubblicità e organizzazione professionale. Nasce come struttura all’aperto, con fondo in cemento o, addirittura, in terra battuta. Gli esempi più antichi che abbiamo sono quelli dell’Andreasried Velodrome di Erfurt (Germania) e del Preston Park Velodrome di Brighton (Gran Bretagna). Il primo viene inaugurato nel 1885, mentre il secondo nel 1887. Si tratta, in ambedue i casi, di piste all’aperto, lunghe rispettivamente 333 metri quella tedesca e 579 quella britannica [4].
Negli Stati Uniti, però, ancora nel corso del XIX secolo, viene concepita l’idea di un velodromo al coperto, non soggetto alle condizioni meteorologiche e capace di ospitare competizioni anche nei mesi più freddi. Il fondo della pista è in legno, più scorrevole e veloce, e le dimensioni sono ridotte. Se all’aperto, infatti, si supera anche il mezzo chilometro, al coperto si resta all’interno di un range che va dai 150 ai 300 metri.
Un caso storico è quello del Vélodrome d’Hiver di Parigi (conosciuto come Vel’ d’Hiv’), la cui pista venne allestita usando la Salle des Machines, uno spazio enorme originariamente costruito per l’Esposizione Universale di Parigi del 1900. Il Vel’ d’Hiv’, inaugurato nel 1909 [5] come impianto per il ciclismo su pista, non si limitò alla sua funzione primaria, ma nel corso degli anni divenne una grande arena multifunzionale, destinata a ospitare eventi sportivi e spettacoli. Un tratto, questo, che condividerà con diverse altre strutture e porterà il ciclismo su pista a essere un fenomeno nazionalpopolare tanto in Europa quanto negli Stati Uniti nella prima metà del Novecento. Infatti, gli spettatori potevano assistere alle corse e, durante le pause, trovare concerti e spettacoli a fare da intermezzo.
Il ciclismo su pista diventa sempre più popolare
Con l’entrata del ciclismo su pista nel programma olimpico, si iniziano a definire le prime regolamentazioni per quanto concerne le dimensioni. Diventa necessario stabilire parametri capaci di rendere comparabili le prestazioni e di uniformare le condizioni di gara per gli atleti di diverse nazioni, mantenendo al tempo stesso la spettacolarità dell’evento. A cavallo tra Ottocento e Novecento, la velocità individuale è la specialità di riferimento del ciclismo su pista. È l’unica, infatti, a essere presente sia nel programma dell’edizione inaugurale dei Campionati del Mondo (Chicago 1893) [6] che alle Olimpiadi di Atene del 1896.
Non ha ancora una forma stabile e presenta diverse varianti. Alla sopraccitata rassegna iridata statunitense, del resto, è presente con due varianti – miglio e 10 chilometri – che prevedono differenti distanze da percorrere. Il tratto caratteristico della velocità individuale è quello di essere molto tattica, con lunghi momenti di studio, destinati a essere chiamati surplace. Il pubblico può assistere a queste fasi per decine di minuti, arrivando in alcuni casi a superare l’ora, in attesa di un finale frenetico e adrenalinico. Nelle ultimissime centinaia di metri, infatti, i pistard lanciano la volata e si sfidano gomito a gomito a ritmi altissimi.
Se la Vitesse, come la chiamano i francesi, si impone sin da subito come riferimento del ramo della pista dedicato a quelli che oggi definiremmo “sprinter”, l’altro settore della disciplina, quello relativo alle prove di resistenza, non trova immediatamente una gara regina. I programmi dei Giochi Olimpici di fine Ottocento e inizio Novecento ne sono l’esempio più concreto. Le competizioni al suo interno, fatta esclusione per la velocità individuale, cambiano di edizione in edizione. In Europa il mezzofondo emerge sul finire dell’Ottocento come prova di endurance più apprezzata dalla platea. In Germania, Francia e Belgio gode di una straordinaria popolarità [4].
Le gare del mezzofondo seguono un principio molto semplice: un corridore (lo stayer) si accoda a un mezzo che gli taglia l’aria, permettendogli velocità superiori rispetto alla corsa libera. All’inizio erano dei tandem a guidare gli atleti, ma ben presto vennero sostituiti da mezzi a motore. Siamo di fronte all’esaltazione totale del rapporto tra l’uomo e la macchina, figlio della Rivoluzione Industriale che ha cambiato il volto della società occidentale. Già a inizio Novecento gli specialisti riescono a raggiungere velocità elevatissime, attorno ai 70 e anche agli 80 chilometri orari.
Il mezzofondo non entra nel programma olimpico: è considerato troppo pericoloso e fortemente dipendente dalle macchine, mentre la sua natura rende difficile qualsiasi tentativo di standardizzazione. La spettacolarizzazione del rischio non si sposa bene con lo spirito dell’evento a cinque cerchi. Il comitato olimpico non può permettersi di correre il rischio che si ripeta una tragedia come quella avvenuta nel 1909 al velodromo dei Giardini Botanici di Berlino [7]. In quell’occasione, infatti, un motociclista perde il controllo e si schianta contro le barriere che separano il pubblico dalla pista. Queste cedono, causando la morte di nove spettatori e il ferimento di più di quaranta persone.
Ai Mondiali, però, è la disciplina che affianca stabilmente la velocità individuale. Il mezzofondo, del resto, è parente stretto di automobilismo, motociclismo e pugilato. Il rischio è proprio ciò che lo rende apprezzato e che gli permette di inserirsi in modo chirurgico nell’estetica della modernità industriale.
La nascita delle Sei Giorni
Quando l’Ottocento è prossimo al crepuscolo, il ciclismo su pista è indubbiamente la branca principale delle due ruote. Per la strada bisognerà aspettare il 1927, quando verrà istituito il Campionato del Mondo professionistico. Quello dei dilettanti, invece, nasce poco prima, nel 1921. Il ciclismo su strada, intanto, salta a piè pari le edizioni dei Giochi Olimpici dal 1900 al 1908. Dopo il debutto nel 1896, rientrerà nella manifestazione a cinque cerchi solamente nel 1912, con la prova a cronometro.
La pista, al contrario, è già pienamente istituzionalizzata e possiede una dimensione globale. I Campionati del Mondo si svolgono tanto in Europa quanto nell’America settentrionale, con Stati Uniti e Canada che ospitano la rassegna iridata rispettivamente nel 1893 e nel 1899. Il primo campione iridato di mezzofondo è addirittura un sudafricano, Laurens Meintjes [4]. Al suo ritorno nel paese natio, dopo quella vittoria, Meintjes viene accolto da una folla immensa ed entusiasta, un episodio che testimonia la popolarità di cui gode il ciclismo su pista sul finire del XIX secolo.
In questo contesto, le grandi rassegne internazionali – Mondiali e Olimpiadi – non bastano per soddisfare la domanda degli appassionati. Negli Stati Uniti, in particolar modo, il successo del ciclismo su pista contribuisce alla nascita delle Sei Giorni, che in pochissimo tempo diventeranno centrali nell’economia dello sport urbano.
Si tratta di competizioni dal formato estremo, in cui atleti devono affrontare un’estenuante prova di resistenza lunga dal lunedì al sabato, come dice il nome. Si corre sia durante il giorno che nel corso della notte, dal momento che sono pensate per svolgersi al coperto. I momenti dedicati al riposo sono rari e brevi.
La prima Sei Giorni moderna documentata si svolge al Madison Square Garden di New York, nel 1891 [3]. La sua affermazione è immediata e nell’arco di pochi anni molte delle principali città statunitensi seguono l’esempio newyorchese, organizzando la propria manifestazione. Questo porta alla nascita di un vero e proprio circuito, che si estenderà anche alle metropoli canadesi.
Le corse, però, sono fin troppo dure. I pistard rischiano seriamente la propria incolumità. Dormono pochissimo e ciò comporta allucinazioni e improvvisi crolli mentre competono. I casi controversi legati alla salute degli atleti sono frequenti e le critiche della stampa non mancano. Il circuito sopravvive alle critiche, ma cambia formato. Nasce così una prova del ciclismo su pista che esiste tutt’oggi: la madison. Le Sei Giorni adottano così la formula a coppie: mentre un atleta gareggia, l’altro recupera. Il cambio avviene attraverso una spinta con la mano, il cosiddetto “cambio all’americana” [6].
Con l’emergere della madison, le Sei Giorni fanno il salto di qualità definitivo. Il velodromo si trasforma in un autentico teatro mondano [3]. L’intrattenimento sportivo si mescola alla musica e agli spettacoli, mentre le scommesse entrano a far parte dell’esperienza del pubblico. Negli Stati Uniti, le piste diventano parte integrante della vita notturna nelle grandi metropoli. In Europa, allo stesso modo, tali competizioni si diffondono rapidamente: Bruxelles, Parigi, Berlino e Copenaghen seguono l’esempio a stelle e strisce. E l’Australia non è da meno, anche se, più che per gli eventi di Sydney e Melbourne, diventerà ben presto famosa per essere una fucina di specialisti come Reginald McNamara, Alfred Grenda e Alfred Goullet, destinati a costruire le proprie fortune negli Stati Uniti.
A cavallo tra i due secoli, è la Sei Giorni di New York a imporsi come manifestazione ciclistica più importante al mondo. L’evento fa stabilmente il tutto esaurito al Madison Square Garden. Tutta la Grande Mela si riversa nello storico palazzetto di Manhattan. Ogni giorno si stimano circa quindicimila spettatori paganti, di tutte le classi sociali, dagli operai all’alta borghesia. La rassegna newyorchese riscuote consensi tra gli atleti europei sin da inizio Novecento. La prima coppia di pistard provenienti dal Vecchio Continente a piazzarsi sul podio della competizione è quella composta dallo svizzero Jean Gougoltz e dal francese César Simar [6]. Siamo nel 1900. Sette anni più tardi arriverà la prima vittoria europea per mano del tedesco Walter Rutt e del neerlandese John Stol [3].
In un’epoca in cui non esiste ancora il trasporto per via aerea, gli atleti viaggiano sui transoceanici. Per gli europei si tratta di una settimana a bordo di una nave. In alcuni casi anche dieci giorni. Ma ne vale la pena. Il circuito statunitense assegna premi in denaro ben superiori a quelli distribuiti in Europa. Un pistard, nell’arco di poche gare, può guadagnare quanto, se non più di quanto otterrebbe in un’intera stagione nel Vecchio Continente. All’alba degli anni Venti, la Sei Giorni di New York è un fenomeno di portata globale. Riscuote un successo con pochi eguali nel panorama sportivo internazionale e i promotori arriveranno a organizzarne addirittura tre in un anno. Winter, Spring e Autumn [3]. Una per stagione, estate esclusa. Nomi di primo piano del panorama ciclistico europeo, durante l’inverno, si recano negli Stati Uniti per parteciparvi. Tra i protagonisti europei ci sono il tre volte primatista dell’ora Oscar Egg e il plurivincitore del Giro delle Fiandre Gérard Débaets. Anche l’Italia manda a New York alcuni dei suoi nomi più importanti, da Pietro Linari a Gaetano Belloni, fino ad Alfredo Binda. E sarà proprio un italiano, nell’epoca d’oro delle Sei Giorni, a imporsi come astro più brillante del panorama statunitense: il varesino Franco Giorgetti.
Soprannominato “The Italian Kid” dalla stampa d’oltreoceano, Giorgetti si segnala, sin da giovanissimo, come un fuoriclasse completo delle due ruote. Eccelle nelle diverse specialità della pista e si distingue anche su strada. A diciotto anni fa parte del quartetto azzurro che vince l’oro nell’inseguimento a squadre alle Olimpiadi di Anversa del 1920. L’anno seguente conquista il prestigioso Tour du Lac Léman battendo il campione elvetico Heiri Suter.
Le Sei Giorni, però, diventano sin da subito il suo vero terreno d’elezione. E nel 1924, tramite l’intermediazione del pistard statunitense Clarence Carman [8], sbarca negli Stati Uniti. Dopo un paio d’anni di apprendistato, nel 1926 coglie il suo primo trionfo a New York, in coppia con Reginald McNamara.
Ne seguiranno altri sette, che lo porteranno a essere il più vincente nella storia della manifestazione insieme ad Alfred Goullet [3]. A cavallo tra gli anni Venti e gli anni Trenta, Giorgetti è considerato un’autentica stella negli Stati Uniti ed è il ciclista più pagato al mondo. Il pubblico del Madison Square Garden lo ama e gli intona costantemente una canzone scritta in suo onore dal titolo Georgette.
Per dodici anni, Franco Giorgetti vive negli Stati Uniti, tornando in Italia solamente per le festività natalizie. Benito Mussolini lo definirà “il Cristoforo Colombo del pedale” [8]. In carriera gli vengono attribuite circa venticinque vittorie nelle Sei Giorni, quattordici delle quali negli Stati Uniti. Per la stampa italiana è il “padrone delle piste americane” e i vertici della Federciclismo vorrebbero farlo tornare in patria per poterlo avere a disposizione nelle competizioni istituzionali. Ma sarà proprio Mussolini a rigettare la pretesa dei dirigenti della federazione delle due ruote. Secondo il Duce, Giorgetti serve maggiormente la patria continuando a correre negli Stati Uniti. L’episodio testimonia l’incredibile seguito mediatico di queste rassegne, in particolare di quella newyorchese, e mostra i primi tratti di quello che oggi definiremmo “star system”. Giorgetti supera così i confini della figura del campione sportivo e diventa un’icona del suo tempo.
Tra gli anni Venti e gli anni Quaranta, il fenomeno di queste corse negli Stati Uniti è tale da fagocitare qualsiasi altra competizione ciclistica. I corridori statunitensi, dopo la Prima guerra mondiale, spariscono dagli albi d’oro dei Mondiali e delle Olimpiadi.
Ai Giochi gli Stati Uniti, che a St. Louis 1904 vincono tutte le medaglie a disposizione [9], dopo Stoccolma 1912 dovranno aspettare settantadue anni per tornare sul podio nel ciclismo a cinque cerchi. Anche nella rassegna iridata il digiuno è altrettanto lungo: gli Stati Uniti torneranno a essere protagonisti soltanto a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta.
Video d’epoca sulla Sei Giorni di New York del 1937
La Seconda guerra mondiale e il declino delle Sei Giorni negli Stati Uniti
In Europa, al contrario, le Sei Giorni sono un fenomeno, ma restano inserite in un contesto più ampio. Nei primi anni del XX secolo il ciclismo su strada si struttura e trova il suo spazio. Velocità individuale e mezzofondo restano importanti e gli esponenti di spicco di queste due discipline godono della medesima popolarità dei seigiornisti più illustri. Pensiamo, ad esempio, al caso di Jef Scherens, fuoriclasse belga della velocità individuale. Sei volte campione del mondo negli anni Trenta, è protagonista di rivalità leggendarie prima con il francese Lucien Michard e poi con il neerlandese Arie van Vliet. Il settimo titolo iridato, conquistato nel 1947 a trentotto anni, ha contribuito a consegnarlo alla memoria del ciclismo belga, dove ancora oggi gli è dedicata una corsa su strada [10].
Ed è proprio questa diversa centralità a produrre due traiettorie differenti per il ciclismo su pista nei due continenti. Se in Europa continuano ad essere sentite e seguite per tutto il Novecento, negli Stati Uniti la situazione è diametralmente opposta. All’inizio degli anni Trenta, le Sei Giorni raggiungono il loro apice proprio mentre comincia il rapido declino. Del resto, sono gli anni della Grande depressione, che crea le prime difficoltà agli organizzatori, mentre la grande criminalità organizzata statunitense consolida il proprio potere. I velodromi diventano terreno fertile per la malavita delle metropoli americane. Le scommesse clandestine sono un business redditizio, dal momento che si possono manipolare i risultati tramite corruzione e intimidazione. Il risultato è un grave danno d’immagine.
Nello stesso periodo, però, emergono nuove forme di intrattenimento. I cinema, in questo periodo storico, sono già realtà consolidate e altri sport si stanno ritagliando il loro spazio. Il baseball ha in Babe Ruth la sua prima grande icona nazionale [11], mentre la MLB amplia la propria popolarità in tutto il Paese. Parallelamente, la NFL, con la suddivisione in Western ed Eastern Division avvenuta nel 1933, comincia a consolidare la propria posizione nel panorama sportivo statunitense [22].
Sarà la Seconda guerra mondiale a infliggere il colpo decisivo alle Sei Giorni. La forte dipendenza dalla partecipazione internazionale costringe queste competizioni a fermarsi durante il conflitto. A New York, addirittura, non si corre per sette anni [3]. Al contrario, i campionati di baseball e football americano proseguono anche durante il conflitto, creando uno squilibrio che non verrà più riassorbito.
Nel 1946 viene fondata anche la Basketball Association of America (BAA) [13], poi ribattezzata NBA. Il basket, inoltre, si svolge al coperto, accentuando ulteriormente il confronto con il ciclismo su pista. Non è un caso che siano i New York Knicks a sostituire la Sei Giorni come principale attrazione sportiva del Madison Square Garden.
Il tramonto di tale fenomeno, al di là dell’Oceano, avviene con una rapidità impensabile. Negli anni Cinquanta sia a Chicago che a New York non si riesce più a organizzare manifestazioni con costanza. Si cerca, di tanto in tanto, di rilanciare il ciclismo su pista. Ma all’alba del decennio successivo, questo mondo che appena trent’anni prima era cruciale nella vita notturna delle metropoli appare ormai scomparso. Paradossalmente, però, è proprio nel loro rapido declino che emerge l’eredità lasciata dalle Sei Giorni. Una parte importante della moderna concezione americana dello sport-spettacolo nasce proprio nei velodromi, dove la competizione viene già integrata con altre forme di intrattenimento.
L’Halftime Show del Super Bowl, un evento che oggi tiene incollati al teleschermo circa centotrenta milioni di spettatori [12], può essere letto come una delle eredità degli spettacoli che si tenevano, nei momenti di riposo, durante le gare ciclistiche indoor. La stessa eredità si ritrova negli spettacoli proposti durante i timeout e nelle pause delle partite NBA. Le grandi Sei Giorni statunitensi sono oggi un ricordo lontano e ormai sbiadito. Eppure, la formula che avevano creato continua a vivere, a cent’anni di distanza, nelle principali arene sportive americane.
[1] Allen Guttmann, From Ritual to Record: The Nature of Modern Sports, New York, Columbia University Press, 1978
[2] Tony Mason, Sport in Britain: A Social History, Cambridge, Cambridge University Press, 1989
[3] Peter Joffre Nye, Hearts of Lions: The History of American Bicycle Racing, San Diego, Velopress, 1988
[4] Andrew Ritchie, Major Taylor: The Extraordinary Career of a Champion Bicycle Racer, Baltimore, Johns Hopkins University Press, 1988
[5] Jean-Luc Boeuf, Le Vélodrome d’Hiver: histoire d’un lieu parisien, Paris, L’Harmattan, 2003
[6] Jeroen Heijmans, Bill Mallon, Historical Dictionary of Cycling, Lanham, Scarecrow Press, 2011
[7] Jean-Pierre de Mondenard, Histoire du cyclisme, Paris, Éditions Amphora, 1999
[8] Museo del Ciclismo Madonna del Ghisallo, “Franco Giorgetti – Protagonista del ciclismo dagli anni ’20 agli anni ’40”
[9] Bill Mallon, The 1904 Olympic Games: Results for All Competitors in All Events, Jefferson, McFarland
[10] Roger De Maertelaere, Jef Scherens: De Keizer van de Piste, Leuven, Davidsfonds, 2000
[11] Glenn Stout, Babe Ruth: The Big Bam, Boston, Houghton Mifflin, 2018
[12] Michael MacCambridge, America’s Game: The Epic Story of How Pro Football Captured a Nation, New York, Random House, 2004
[13] Benjamin G. Rader, American Sports: From the Age of Folk Games to the Age of Televised Sports, Upper Saddle River, Prentice Hall, 2009

