Israele-Irlanda, la partita che è diventata un caso

La data della discordia è il 27 settembre 2026, quando a Debrecen (Ungheria), sono scese in campo le nazionali di Irlanda ed Israele, in un match valevole per il Gruppo 3, Lega B, della Nations League 2026-27. Sportivamente parlando, una partita con pochi spunti: al 45’ gli irlandesi erano già nettamente avanti per 3-0, risultato rimasto poi invariato sino al fischio finale. La vera attenzione però non era sul risultato, bensì su come le due formazioni avrebbero affrontato l’incontro. Israele-Irlanda non è stata una partita qualunque e non verrà di certo ricordata come l’ennesimo scontro impari e tranquillamente dimenticabile che la Nations League ci regala troppo spesso.

I motivi dell’ostilità irlandese verso Israele

Per capire come mai, dobbiamo fare un passo indietro. Il motivo è molto semplice e ha a che fare con la Palestina. L’Irlanda è storicamente un Paese molto sensibile alla causa palestinese e questa vicinanza ha origine nel filone nazionalista e repubblicano della politica irlandese. Molto spesso i movimenti di tale estrazione politica hanno paragonato la lotta contro il dominio britannico, la repressione, gli scontri e la stessa esperienza della Guerra d’Indipendenza dal 1919 al 1921 a quella palestinese contro le politiche israeliane. Un sentimento di vicinanza tra le due cause che nel tempo ha oltrepassato il mondo politico, fino a diventare parte integrante della società civile irlandese.

Non è un caso quindi che, negli anni ’70, molti palestinesi in fuga abbiano trovato ospitalità nelle case di famiglie cattoliche irlandesi. Mettiamoci poi che il Paese, sin dal suo ingresso nel 1973 nell’allora CEE, ha spinto per un supporto congiunto europeo alla causa palestinese. Basti pensare che solo nel 1993 Israele ha potuto aprire la propria ambasciata a Dublino.

In generale l’Irlanda ha sempre assunto atteggiamenti di disapprovazione verso le politiche israeliane, soprattutto per quanto riguarda la politica estera. Nel 2010, Dublino criticò duramente il fatto che alcuni agenti del Mossad avessero usato dei passaporti irlandesi nell’ambito di un’operazione a Dubai che portò alla morte di alcuni membri di Hamas. Undici anni dopo, nel 2021, la leader del Sinn Féin, Mary Lou McDonald, non ebbe problemi a definire Israele un “regime razzista”, che applicava un sistema di apartheid nei confronti della popolazione arabo-palestinese.

Tensioni mai sopite, esplose con la guerra a Gaza. Tra i Paesi europei, l’Irlanda è infatti, forse seconda alla sola Spagna, tra le più critiche nei confronti delle politiche israeliane e tra quelle che hanno usato i toni più duri per condannare i crimini di guerra attribuiti al governo Netanyahu.

Lo scetticismo verso l’agire israeliano emerse sin da subito dopo il 7 ottobre 2023, quando l’allora taoiseach (il primo ministro) Leo Varadkar definì una la reazione israeliana al brutale attentato una “vendetta”, escludendo che si trattasse di una risposta proporzionata o legittima. Ancora più duro fu il Presidente della Repubblica, Michael D. Higgins, il quale accusò Netanyahu di violazioni del diritto internazionale. Le sue frasi sono state duramente criticate dall’ambasciatore israeliano in terra irlandese, che definì il presidente Higgins “male informato” e segnato da un forte pregiudizio antisemita.

Il passaggio decisivo arrivò nel 2024, quando Dublino, insieme a Spagna e Norvegia, riconobbe lo Stato di Palestina. Nell’ottobre dello stesso anno, il contingente irlandese della missione UNIFIL in Libano rifiutò di abbandonare le proprie postazioni; a dicembre, l’Irlanda intervenne nel procedimento avviato dal Sudafrica contro Israele davanti alla Corte internazionale di giustizia. In risposta, Tel Aviv chiuse l’ambasciata. Nell’estate 2025, il Trinity College di Dublino decise di non rinnovare gli accordi di collaborazione e ricerca con istituzioni e università dello Stato ebraico, mentre alcuni consiglieri comunali di Dublino cercarono di portare avanti la ridenominazione del Chaim Herzog Park (ex presidente israeliano di origini irlandesi) in Hind Rajab Park, fallendo.

La questione arrivò presto anche nel mondo del calcio. A novembre 2025, la FAI, ovvero la Federcalcio irlandese, ha indetto una votazione per esortare ufficialmente la UEFA a sospendere la nazionale israeliana. Parallelamente, la stessa FAI aveva richiesto, in occasione del sorteggio dei gironi di Nations League, di evitare accoppiamenti tra Israele ed Irlanda. La UEFA ha respinto la proposta e alla fine, visto che il destino sa essere beffardo, la galeotta urna ha accoppiato proprio le due nazionali.

Una vigilia turbolenta: Gavin Bazunu e il voto

Giocare contro Israele è diventato ormai un caso. Basti pensare allo strascico di polemiche che si portò dietro la sfida contro gli azzurri nell’ambito delle qualificazioni alla Coppa del Mondo 2026.

Il clima di tensione è montato definitivamente il 24 settembre, quando a Pristina gli irlandesi sono stati battuti 1-0 dai padroni di casa del Kosovo, con gol dell’ex Lazio Vedat Muriqi. Nell’immediato post-partita, il centrocampista della nazionale Jason Knight, attualmente al Bristol City, ha dichiarato espressamente che per lui il match contro Israele non avrebbe dovuto disputarsi. Disertare avrebbe significato non essere complici di uno Stato le cui mani sono sporche del sangue di innocenti. Un’idea condivisa da buona parte del tifo irlandese, dove la questione palestinese è molto sentita. Prima della partenza per il Kosovo, ad esempio, un collettivo chiamato Irish Sport for Palestine aveva protestato davanti all’hotel dove alloggiava la nazionale, chiedendo apertamente di non giocare.

Nella rosa sono però emerse delle spaccature tra chi avrebbe scelto di non scendere in campo e chi invece, come il difensore e capitano dell’Ipswich Town Dara O’Shea, riteneva che una decisione simile non spettasse ai singoli.

Il 26 settembre lo spogliatoio ha scelto di affrontare apertamente il problema. Secondo le indiscrezioni, a portare avanti l’idea della votazione è stato il portiere di riserva, in forza allo Stoke City, Gavin Bazunu. Il risultato sarebbe stato netto: il match si sarebbe giocato. In conferenza stampa, il CT Heimir Hallgrímsson ha riassunto così la posizione della squadra: non “con il genocidio”, ma “contro il genocidio”. Chi invece a Debrecen non è andato neanche in panchina è stato lo stesso Bazunu, il quale ha chiesto apertamente alla sua federazione di non essere convocato. In un post su Instagram, il portiere ha affermato:

«La mia decisione si basa unicamente sulla convinzione personale che uccidere persone innocenti sia sbagliato […] Non è una presa di posizione contro il popolo israeliano o la comunità ebraica, ma contro le atrocità commesse nella regione».

In un comunicato, la FAI ha quindi annunciato che l’Irlanda sarebbe scesa regolarmente in campo, ma che i giocatori avrebbero preso parte alla sfida indossando il lutto al braccio in ricordo delle vittime del genocidio a Gaza. Con un problema ulteriore: il regolamento della Nations League impone la registrazione obbligatoria di tre portieri per partita. Per sopperire alla mancanza di Bazunu, la nazionale ha deciso di inserire tra i portieri il difensore centrale del QPR, Jimmy Dunne.

 

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Israele-Irlanda: senza storia sul campo, ma con spunti simbolici

Arriviamo quindi al 27 settembre 2026. Lo stadio è il Nagyerdei Stadion di Debrecen, inaugurato nel 2014 alla presenza di Viktor Orbán, che lo stesso Netanyahu definì un “vero amico di Israele”. Il clima dell’impianto è surreale e, sin dal primo istante in cui i giocatori mettono piede in campo, si respira un’aria pesante. Arriva il momento degli inni e, mentre dagli altoparlanti dello stadio risuonano le note dell’inno israeliano, Hatikvah, i calciatori irlandesi, con la fascia a lutto al braccio, chinano il capo. Pochi minuti dopo, nel consueto confronto prepartita tra la squadra arbitrale e i capitani delle due squadre, Dara O’Shea non stringe la mano né scambia il gagliardetto con il capitano israeliano, Manor Solomon.

Comincia la partita, che in verità impiega poco a chiudersi. Dopo 25 minuti di gioco, l’Irlanda è già in vantaggio 3-0. Apre le danze al 13’ il solito Troy Parrott, seguito tre minuti dopo dal numero 10 Adam Idah. Il sigillo finale lo mette Jack Moylan, il trequartista del Cardiff City che aveva servito l’assist per il 2-0 e che esulta levandosi la fascia a lutto e baciandola. Un gesto, quello di Moylan, che vale più di mille parole.

Altrettanto difficili da commentare, in tal caso per ragioni tutt’altro che positive, sono i fischi razzisti dei circa duecento supporter israeliani, rivolti proprio contro Adam Idah e verso il difensore James Abankwah, che abbiamo imparato a conoscere sui campi della nostra Serie A con la maglia dell’Udinese. L’arbitro dell’incontro, Harm Osmers, sembra accorgersi dei fischi, ma decide di non intervenire. Le contestazioni proseguono anche al termine della partita, questa volta rivolte verso tutta la nazionale irlandese, mentre i giocatori delle due selezioni escono dal campo. Nessuna stretta di mano, nessun saluto. Tutti sotto la doccia.


La sintesi di Israele-Irlanda

Le posizioni estreme di Manor Solomon

Nel post-partita, il capitano della selezione israeliana, Manor Solomon, ha rincarato la dose. Anche lui visto in Serie A nella seconda metà dello scorso campionato con la maglia della Fiorentina, in molti ricorderanno che il suo arrivo nel capoluogo toscano aveva già suscitato proteste e malcontento. Il perché è semplice: dall’inizio della guerra a Gaza, Solomon si è sempre schierato in difesa dell’operato di Israele e delle sue forze armate, l’IDF.

Nel novembre 2023, fece particolarmente scalpore una dichiarazione sui social, nel quale Solomon attribuiva l’esplosione di un razzo in un ospedale a Gaza City ai “jihadisti”, chiosando:

«Uccidono il loro stesso popolo e danno la colpa ad Israele».

Quasi un anno dopo, una commissione d’inchiesta dell’ONU ha concluso che l’uccisione di medici in servizio a Gaza e i bombardamenti sugli ospedali erano attribuibili all’IDF, nell’ambito di quella che la commissione ha descritto come una politica di sistematica distruzione delle strutture sanitarie di Gaza. Il suo forte sentimento nazionale, espresso anche attraverso le sue posizioni a difesa dello Stato ebraico, gli era perfino valso un coro dei tifosi di una sua ex squadra, il Leeds United: “Manor Solomon’s on my mind and he hates Palestine”. Il significato del coro è piuttosto esplicito.

Alla luce di queste posizioni, le dichiarazioni di Solomon sull’atteggiamento degli avversari risultano coerenti con quanto aveva già sostenuto pubblicamente:

«Se dicessi cosa penso di loro probabilmente mi squalificherebbero per qualche partita, quindi non voglio dirlo. Ovviamente loro ci odiano e noi non li sopportiamo. Quello che hanno fatto con l’inno nazionale? Non mi interessa, abbiamo un Paese dieci volte migliore del loro, più forte, un Paese straordinario con persone straordinarie».

Infine, Solomon, oggi al West Ham, ha dichiarato:

«Siamo orgogliosi di indossare la maglia della nazionale e di essere israeliani. E sarà sempre così».

Resta allora una domanda: dove collocare il confine tra l’orgoglio per la propria squadra e un sentimento nazionale che, nelle sue forme più radicali, può arrivare a legittimare o minimizzare le responsabilità per quanto accade a Gaza?

Altra partita, stesse tensioni

Varie tensioni hanno accompagnato anche la gara di ritorno, disputata domenica 4 ottobre a porte chiuse e sul campo neutro della TSC Arena di Bačka Topola, in Serbia. Il clima ha iniziato a scaldarsi già durante la precedente partita della nazionale irlandese, disputata tre giorni prima a Dublino contro l’Austria.

Prima del fischio d’inizio, gli attivisti di Stop the Game hanno organizzato una manifestazione per ribadire la propria contrarietà a giocare contro Israele, contestualmente dichiarando il loro supporto a Gavin Bazunu, arrivando persino ad affiggere provvisoriamente nei pressi dell’Aviva Stadium alcuni cartelli che ribattezzavano simbolicamente la strada “Bazunu Road”.

Durante l’incontro, un tifoso di casa ha fatto invasione di campo, sventolando una bandiera palestinese, mentre l’arbitro è stato costretto a una sospensione momentanea per un lancio di palline da tennis in campo. La protesta è stata accompagnata dalle numerose bandiere palestinesi comparse sugli spalti, oltre che da vari cori con cui i sostenitori locali chiedevano alla nazionale di boicottare il match di ritorno. Tutti questi atti di dissenso sono stati, successivamente, rivendicati da Stop the Game.

Anche la vigilia è stata caratterizzata da momenti di particolare tensione. La conferenza stampa prepartita in programma sabato è stata interrotta bruscamente dall’addetto della FAI, dopo alcune domande poste dai giornalisti israeliani e giudicate non pertinenti alla partita dall’addetto della FAI. In particolare, il giornalista ha chiesto conto della posizione assunta dall’Irlanda sul caso del volo FlyDubai e sull’asserito sostegno irlandese ai terroristi che “hanno tentato di uccidere cento passeggeri israeliani, di cui 27 erano bambini”.

Dopo che la delegazione della nazionale ha chiesto di attenersi alla partita, un altro quesito ha riguardato presunti insulti razzisti rivolti da un calciatore irlandese a un collega israeliano. Dopo quelle accuse, l’incontro con i giornalisti è stato riconvocato alla presenza dei soli irlandesi, mentre quello con il CT israeliano è stato preceduto dall’avviso dell’addetto stampa circa il fatto che avrebbero partecipato solo i giornalisti connazionali, con la motivazione che “non avevano avuto modo di fare domande al CT irlandese”.

In Serbia, il canovaccio dell’andata si è sostanzialmente ripetuto: i calciatori irlandesi sono rimasti a capo chino durante l’inno israeliano; stavolta, però, gli avversari hanno fatto lo stesso durante l’esecuzione dell’inno irlandese. Il capitano irlandese, il portiere Caoimhín Kelleher, non ha stretto la mano al capitano avversario, l’ex Venezia Dor Peretz. Stavolta, a indossare il lutto sono stati i calciatori israeliani, in memoria delle vittime degli attentati di Hamas del 7 ottobre 2023. Nel corso dell’intervallo, Damien Doyle, preparatore atletico, ha accusato un calciatore avversario di avergli sputato. L’incontro si è concluso sull’1-1, con Parrott a segno su rigore e Peretz a rispondere nella ripresa. Le tensioni sono proseguite anche dopo il fischio finale.

Guido Iudicone
Guido Iudicone
Studente di Scienze Politiche all'Università degli Studi Roma Tre, la curiosità e la voglia di scoprire il mondo mi hanno sempre accompagnato sin dalla tenera età. Attualità, cinema e sport sono alcuni dei miei interessi.

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