Crisi del calcio italiano, formazione dei giovani e teorie molto pratiche. Intervista esclusiva a Filippo Galli

Succede sempre così: inizia il campionato e si discute sempre meno della crisi che il calcio italiano sta attraversando da circa un decennio. Eppure, fino a poche settimane fa, il rilancio dell’ecosistema calcio sembrava avere la priorità su tutto, anche sulle partite stesse. Ma è proprio quando il rumore diminuisce che si possono ascoltare le voci più interessanti. Una di queste è Filippo Galli, ex difensore del Milan, protagonista dei grandi successi rossoneri tra il 1983 e il 1996, prima con Sacchi e poi con Capello.

Galli è stato anche responsabile del settore giovanile del Milan dal 2009 al 2018 e responsabile dell’area metodologica del Parma fino al 2022. Lavora da tempo con i giovani e, all’esperienza di campo, aggiunge un instancabile lavoro di studio e ricerca. Proprio all’unione tra teoria e pratica si riferiscono alcuni degli articoli che scrive sul suo blog, La Complessità del Calcio, animato quotidianamente anche da altri collaboratori.

L’intervista rilasciata a Puntero prende spunto da alcuni di questi articoli, ma poi allarga lo sguardo per provare ad approcciare l’ormai annosa questione della crisi del calcio italiano da una prospettiva più laterale, forse meno discussa, e offrire qualche risposta concreta. Niente di definitivo, come sempre. Ma un punto di partenza tra i tanti possibili, intorno al quale discutere e ragionare per arrivare, auspicabilmente, a delle soluzioni.

Intervista a Filippo Galli

Nel marzo del 2023 hai reso omaggio alla figura di Italo Galbiati, ex allenatore del Milan e storico vice di Fabio Capello anche al Real Madrid, oltre che in Russia e Inghilterra, con un intervento sul blog in cui lo definisci da subito “il nostro mister”. Per parlare della crisi del calcio italiano e del rapporto che i più giovani hanno con questo sport, vorrei iniziare da qui perché, anche leggendo le tue parole su Galbiati, mi son reso conto che troppo spesso si tende a sminuire l’importanza dello staff, del lavoro di squadra. Definisci Galbiati il traitd’union tra Sacchi e Capello, ovvero tra le due intuizioni di Berlusconi che hanno reso grande il Milan negli anni Ottanta e Novanta. Qualcosa di simile riguarda Paco Seirul·lo, pioniere della preparazione atletica nello sport così come la conosciamo oggi, che ha avuto un ruolo fondamentale nella crescita e nei successi del Barcellona, da Cruijff a Guardiola. L’approccio olistico di Seirul·lo ha più o meno l’impatto rivoluzionario della teoria delle intelligenze multiple di Howard Gardner: considerare ogni aspetto della persona (che sia un alunno o un calciatore) dandogli la possibilità di esprimersi al meglio in base alle sue attitudini e capacità. Ci sono molte cose in comune tra ciò che non funziona nella formazione dei giovani a scuola e ciò che non funziona, nella stessa fascia d’età, nella formazione dei giovani nel calcio. Una di queste è che spesso si guarda solo ai giovani, dicendo che magari giocano poco per strada, interagiscono poco tra loro, fanno poca attività fisica. Raramente si guarda a ciò che li circonda. Oggi, in Italia, i club cambiano continuamente allenatori e staff tecnico, la Nazionale, ad esempio – per un motivo o per l’altro – al primo ostacolo pensa che la soluzione sia cambiare il commissario tecnico. Cos’è che manca, in questo modo di ragionare? E poi, così facendo, non c’è il rischio di togliere punti di riferimento ai giovani in un’età molto delicata?

«Innanzitutto, vorrei precisare che si tratta di un accostamento un po’ azzardato. Seirul·lo è uno studioso, esperto di scienze motorie, che si occupa della preparazione alla prestazione del calciatore; Galbiati era un uomo di campo. Però è chiaro quello che intendi. Credo che il problema dei giovani sia di fatto un problema degli adulti, che dovrebbero provare a capire il loro mondo. I giovani di oggi sono diversi da come eravamo noi, è tutto il contesto intorno che è cambiato. È importante riuscire a condividere il contesto con i giovani. Che sia un contesto didattico o sportivo, bisogna condividerlo e capirlo, non imporre una nostra strategia di insegnamento a tutti i costi. È importante trovare empatia con i ragazzi. L’apprendimento passa attraverso le relazioni e, se non c’è relazione, l’apprendimento può latitare». 

Se è miope parlare solo dei giovani, è comunque opportuno parlare anche dei giovani. A un certo punto, dici che i giovani sono cambiati. Alcuni studi e sondaggi sembrano confermare che ci sia una grande paura del fallimento. O meglio, non si riesce ad accettare il fallimento e, spesso, neanche la critica. È qualcosa che parte già dalla famiglia, quindi riguarda i genitori e poi anche la scuola. Ora, al netto delle eccezioni, è possibile che questa caratteristica, almeno in Italia, stia incidendo sulla formazione dei giovani calciatori? Sarebbe possibile, oggi, un allenatore come Italo Galbiati?

«Credo che un allenatore come Galbiati sia possibile oggi, nel senso che la sua capacità di creare una relazione oggi sarebbe ancor più importante. Naturalmente, era un uomo nato nel 1935, aveva un atteggiamento figlio del suo tempo e non del nostro. Dal punto di vista delle competenze e delle conoscenze motorie, anche lui, come chiunque altro, oggi avrebbe dovuto adeguarsi ai nuovi studi, alle ricerche e alle nuove pratiche. Prima c’era un’idea molto più legata all’apprendimento lineare, ad un approccio riduzionista che tendeva cioè a dividere il tutto in parti singole. Oggi, come accennato, gli studi e penso a Pinder, Davids, Renshaw e Araújoci dicono che non è più così».

Nan Moll, raccontando il vostro incontro del 2023 con Paco Seirul·lo, tra le tante cose che mi hanno colpito, ha scritto: Molte volte, come allenatori, cerchiamo di avere il controllo delle cose senza essere consapevoli di come questo limiti la crescita e lo sviluppo del giocatore/persona. Quindi è preferibile dare spazio e valore alla creatività. È un approccio suggerito anche a scuola e, per motivi diversi, non sempre è semplice metterlo in pratica. Si è diffuso, quest’approccio, nei centri sportivi italiani?

«Dire di no. Se qualcuno propone qualcosa di nuovo, che deriva da ipotesi scientifiche nate da anni di osservazione sistematica, viene considerato come qualcuno che fa filosofia. Poi, si dice, c’è la realtà del campo e la soluzione ce l’abbiamo solo noi che abbiamo fatto calcio. Questo poteva essere vero un tempo. Oggi, non è più così. E invece, c’è una tendenza alla restaurazione, al controllo, che può riguardare qualsiasi formatore, non solo nel calcio. Recepire queste nuove tendenze significa anche uscire dalla propria comfort zone, rimettersi in gioco, e non sempre si è disposti a farlo.

È così anche in Spagna?

«Per quelle che sono le mie conoscenze, in Spagna c’è un’attenzione maggiore rispetto agli studi e alle pratiche più recenti che ci dicono quanto, oggi, l’efficacia di un allenamento dal punto di vista motorio sia tanto più alta quanto risulti essere più aderente alla fedeltà funzionale del contesto in cui avviene la performance».

Facendo riferimento alle teorie dell’apprendimento più seguite negli ultimi decenni, affermi l’importanza dei cortili, cioè del gioco libero, non supervisionato. Ma non è un problema solo italiano, immagino…

«No, riguarda anche gli altri Paesi, sicuramente. Il punto è che noi non ricreiamo il gioco libero nelle scuole calcio, o almeno lo facciamo troppo poco. Tendiamo a riproporre esercitazioni che scompongono il tutto in piccole parti, legate al gesto tecnico appreso sempre al di fuori del contesto e, una volta appreso, lo si mette nel gioco. Ma l’apprendimento non avviene così. Continuiamo a lavorare in termini analitici: diamo un pallone a ogni bambino, facciamo fare il controllo palla, il dribbling tra i coni, la conduzione della palla, senza metterlo nella condizione reale del gioco. Questo tipo di esercizi può avere la funzione di dare sicurezza al bambino, accrescerne l’autostima in termini di capacità di gestione della palla, ma non è certo in quel modo che si apprende la tecnica».

Quando scrivi che spesso si pensa più a vincere subito che a costruire qualcuno”, soprattutto per responsabilità di chi giudica gli allenatori e non degli allenatori stessi, mi sembra che tu stia parlando di una mancanza di progettualità. Si parla molto spesso dei tantissimi giocatori stranieri che militano in Serie A. Si discute meno, però, delle tantissime proprietà straniere dei club italiani, soprattutto di quelli di alto livello. Non ci sono più i Berlusconi, Moratti e Agnelli di una volta. E va bene. È cambiato il mondo ed è inutile rimpiangere il passato in modo infruttuoso. Ma questo cosa comporta?

«È cambiato il mondo ed è cambiato il sistema calcio. Oggi si parla di sostenibilità e i cambiamenti di questo ecosistema sono tuttora in corso. Riguardano anche i calciatori perché, se si guarda sempre di più all’estero, non è un caso. Qui subentra anche il tema dei regolamenti: acquistare un calciatore dall’estero è più semplice e conveniente perché c’è anche la possibilità di rateizzare il pagamento, cosa che non esiste se acquisti in Italia. Questo comporta tante altre conseguenze che penalizzano il sistema calcio italiano e i giovani italiani. Credo che ci siano giocatori che militano nelle serie inferiori e che, se seguiti con attenzione, potrebbero fare bene anche in Serie A, nel calcio d’élite».

Il tema dei tanti calciatori stranieri in Serie A, quindi, esiste ed è da considerare. Nella scorsa stagione oltre il 65% dei giocatori di Serie A era straniero, contro il 39,9% della Liga. A onor del vero, anche la Premier League registra percentuali simili alla Serie A, eppure la Nazionale inglese è una delle più forti al mondo (quarta nel ranking FIFA), anche se non riesce a vincere trofei. Alessandro Nesta, in più di un’intervista, ha relativizzato un po’ questo problema, sostenendo che ai suoi tempi i difensori italiani, per emergere, dovevano comunque vedersela con colleghi del calibro di Thuram, Blanc, Samuel. Eppure, riuscivano ad emergere. Come si risolve, se si risolve, il dibattito sui troppi stranieri in Serie A?

«Non c’è una soluzione a portata di mano. Le società dovrebbero tornare a valorizzare il territorio. Ci sono tanti problemi. Oltre a quello metodologico e alle criticità legate ai regolamenti, di cui abbiamo parlato, c’è anche, ad esempio, la questione degli agenti che guadagnano sulle operazioni che fanno per i club, e che sono sempre più diventati i diretti interlocutori delle proprietà dei club, con la conseguente perdita di valore del ruolo del direttore sportivo».

Ci sono poi esempi di formazione positivi. Secondo me, uno di questi, riguarda Daniel Maldini, e lo riporti anche nell’articolo che hai pubblicato sul tuo blog. Ma in quanti fanno così? In quanti settori giovanili si aspetta davvero la crescita del calciatore? Quanto si stimola, nei fatti, quella zona di sviluppo prossimale teorizzata da Vygotskij e di cui parli nel tuo recente intervento sul blog? Ci sono carriere che sembravano dover sbocciare e non conoscere freni. Santon era il nuovo MaldiniZaniolo si è un po’ perso nel corso del tempo; Colombo era del Milan, ma gli è stato preferito Jović. E lo stesso Daniel Maldini ha già cambiato tantissime volte squadra. È fretta, frenesia, mancanza di visione, di progettualità? Non c’è pazienza dopo, quando finisce il percorso nel settore giovanile?

«Ma guarda, a volte sento dire che i ragazzi non abbiano la voglia e la cattiveria necessarie per fare questo sport. I ragazzi hanno bisogno di essere accompagnati, c’è chi ha bisogno di essere spronato e chi invece va preso in modo diverso. Non c’è una soluzione che valga per tutti. Forse, in alcuni casi, non arrivano completamente pronti. Vygotskij, visto che ne hai accennato prima, ci dice che, nel percorso di formazione, devo proporre loro cose che siano raggiungibili, non delle cose che li mandano in panico.

È qui che deve esserci l’attenzione dell’allenatore. Ma, ti chiedo, in quanti conoscono Vygotskij o, meglio, quanti ne tengono conto? A questo punto subentra il tema della formazione, non solo degli allenatori ma di tutte le professionalità coinvolte nel percorso del giovane calciatore. E ancora, chi forma i formatori, qual è il pensiero, quali sono le conoscenze e le competenze che sottendono i corsi di formazione?».


Filippo Galli alle prese con un allenamento per un Milan Camp

Eppure, sembra che, dopo ogni fallimento, ci fermiamo a guardare il dito e mai la luna. Questa volta e mi riferisco alla Nazionale – c’è stata tutta la polemica su Pirlo, l’agenzia di scommesse russa, e siamo finiti a parlare di Russia e Ucraina. Senza chiederci mai, o quasi mai: ma Pirlo o Mancini, De Rossi o Grosso (altri due profili considerati da Maldini e Leonardo), da soli, cosa possono fare? Dopo ogni mancata qualificazione ai Mondiali, non si è mai parlato seriamente di scuole calcio, centri sportivi per giovani, restyling di città e periferie per rendere possibile quel gioco per strada che sta scomparendo. Non si è mai parlato di tecnici delle giovanili, della crisi dell’Under 21 che non vince dai tempi di Claudio Gentile, degli staff delle giovanili, sia dei club che della Nazionale. È stata un’altra occasione persa? Perché, da qui, da fuori, sembra uno schema che si ripete: c’è il fallimento; si riparte daccapo, ma ancora una volta pensando al vertice: cambia il presidente della FIGC, cambia la dirigenza, cambiamo subito l’allenatore. In definitiva, cos’è che non cambia mai?

«Il problema non è solo il vertice, il problema è anche alla base. Bisogna innanzitutto dare la giusta dignità lavorativa ai settori giovanili: ci sono persone che, pur lavorando in settori giovanili di squadre professionistiche, ricevono solo il rimborso spese. Per non parlare poi delle società dilettantistiche nonostante alcune di queste dimostrino una professionalità di grande livello. Se non riconosciamo alle persone il valore del lavoro che fanno, anche dal punto di vista economico, diventa difficile ottenere poi buoni risultati perché si disperdono energie, si è costretti a fare un secondo lavoro, e così via. Quel che non cambia mai è il modo di affrontare il problema. Vogliamo cambiare i vertici? Va bene. La Nazionale può anche qualificarsi ai Mondiali, ma per cambiare direzione c’è la necessità di un’azione che parta dal basso, ma davvero!».

Marco Romano
Marco Romano
Insegno, così ho una scusa per continuare ad imparare. E scrivo. Anche di sport, che provo a trattare per quello che è: un pezzo importante della cultura, di tutti.

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