Il testo che segue è un estratto dal libro “Un calcio al potere. Gioco e lotta sociale” di Gabriel Kuhn (editore Elèuthera), tratto dal racconto di Roger Wilson, uno dei fondatori dell’Easton Sports Club.
In questo saggio analizzerò il modo in cui alcune idee radicali quali l’autonomia, la democrazia, gli spazi sociali liberi e l’internazionalismo possano essere messi in pratica al di fuori dei vincoli dell’attività politica in senso stretto e formale. Il mio caso di studio verte sulla comunità sportiva nota con il nome di The Easton Cowboys and Cowgirls Sports and Social Club1, con sede a Bristol in Inghilterra e nata “ufficialmente” nel 1992. L’Easton Cowboys gestisce attualmente dodici squadre sportive fra calcio, cricket, netball e pallacanestro, tutte regolarmente iscritte a campionati e coinvolge complessivamente diverse centinaia di persone fra giocatori, tifosi e iscritti. Il club ha un legame stabile con molte organizzazioni locali di Bristol e con campagne dedicate alla salvaguardia dei campi da gioco e degli spazi aperti, dei campionati autorganizzati e dei gruppi di solidarietà internazionale. Non mancano inoltre collaborazioni con altri network di squadre e organizzazioni calcistiche sparse in almeno quattro continenti.
Alcuni termini e definizioni
Comunità (con la “C” maiuscola) è qui definita come uno spazio geografico definito dove le persone vivono, lavorano e socializzano (quartieri, barrios, case popolari, complessi residenziali, strade ecc.). In un’accezione più soggettiva, con il termine comunità (con la “c” minuscola) si intende invece un rapporto effettivo fra le persone. Fra queste, per esempio, ci sono le sottoculture (punk, raver, skateboarder, ultras, ecc.), le reti informali costruite sulla base di bisogni sociali condivisi (genitori con bambini piccoli, gruppi linguistici ecc.) o di hobby e interessi collettivi (associazioni sportive, gruppi di lettura e di storia locale ecc.).
Politica (con la “P” maiuscola) viene intesa in senso oggettivo come una serie di concetti reificati, un’ideologia o una teoria che descrive una visione del mondo, delle modalità di cambiare le cose o dei modi di vivere (anarchismo, ambientalismo, socialismo, fondamentalismo religioso, neoliberismo ecc.). Diversamente il termine politica (con la “p” minuscola) suggerisce un senso più soggettivo, dove la natura autentica delle nostre vite confligge o si sposa con i nostri bisogni e desideri in quanto individui o collettività di esseri umani, per esempio, il nostro rapporto con il lavoro, lo Stato, la Comunità (o la comunità) e le nostre famiglie, i nostri amici e compagni. Le definizioni sono importanti perché sono un primo tentativo di spiegare la differenza fra idee reificate imposte da “fuori” (una “P” maiuscola) e quelle che si sono sviluppate, in generale, dalle nostre esperienze e da “dentro” (una “p” minuscola).
Qualche cenno storico
Alcuni dei fondatori dei nostri club sportivi e sociali provengono originariamente dalla scena Politica anarchica (una comunità). Durante gli anni Ottanta portavamo avanti iniziative politiche di vario tipo, all’inizio frequentavamo la comunità punk che a sua volta aveva legami con il movimento pacifista, le lotte per i diritti animali, quelle femministe e altre cause ancora più “specifiche”. Grazie a questo coinvolgimento e come conseguenza degli importanti avvenimenti politici degli anni Ottanta (gli scioperi dei minatori e dei tipografi, i disordini urbani, la disobbedienza civile contro le armi nucleari, la repressione delle attività culturali come i centri sociali di quartiere, i rave o i festival ecc.) ci dotammo di una critica più coerente e generale dell’ordine esistente, in particolare del capitalismo, della divisione di classe e dello Stato.
Durante questo periodo eravamo una comunità Politica definita da riferimenti ideologici all’anarchismo, all’anarcosindacalismo e al comunismo libertario. La cosa interessante è che questa specifica comunità Politica ha passato gran parte del tempo a cercare di intessere rapporti con il suo opposto. In realtà volevamo essere parte di una Comunità politica autentica che fosse coinvolta in realtà di quartiere autonome e locali, volevamo organizzarci contro lo Stato e il capitalismo senza la mediazione di organizzazioni Politiche, ma evitando di ghettizzarci in comunità definite dalle controculture da cui provenivamo (come quella del punk-rock o delle occupazioni politiche). Rendersi consapevoli di queste contraddizioni ci ha condotto a criticare le organizzazioni rivali, che consideravamo tutt’altro che “rivoluzionarie”.
Queste sedicenti organizzazioni “rivoluzionarie”, di solito partiti Politici di sinistra, sembravano essere interessate soltanto a reclutare iscritti per indottrinarli con un’ideologia cristallizzata dalla linea di partito. Le consideravamo rigide, manipolatrici e con poco spirito autocritico. La leadership di queste organizzazioni antidemocratiche spesso trattava i militanti o i lavoratori in sciopero come truppe cammellate da schierare durante le dimostrazioni o per vendere i giornali. D’altra parte, le comunità controculturali da cui provenivano molti di noi sembravano passare la maggior parte del proprio tempo a volersi distinguere dal popolino, adottando di solito mode, generi musicali e comportamenti differenti2. Incoraggiavano l’esclusione, non volevano comunicare con le Comunità in cui vivevano, e anche se si professavano Politiche entrarne a far parte non era immediato, poiché comportava l’adozione di una serie abbastanza rigida di regole culturali non scritte. Malgrado a metà degli anni Ottanta avessimo cercato di allontanarci da questi due estremi insoddisfacenti, abbiamo optato per una via di mezzo, riconoscendo che entrambe le critiche potevano essere applicata alle nostre aggregazioni politiche.
Esaurimento nervoso
I primi anni novanta Novanta segnarono un momento decisivo, quando le comunità Politiche come la Class War Federation e altri gruppi anarchici e di estrema sinistra orientati alla lotta di classe dovettero confrontarsi con la Comunità politica. Era l’epoca delle rivolte contro la Poll Tax, con le sue campagne popolari e semispontanee di disobbedienza civile, fra boicottaggio delle tasse, opposizione di massa agli ufficiali giudiziari, irruzioni nelle assemblee provinciali e grandi riots al centro di Londra. Dopo aver “vinto” questa battaglia, grazie a una parziale riforma e soprattutto alla rimozione di Margaret Thatcher e dell’ala destra dei Tories dal governo, l’autorganizzazione dei gruppi locali anti Poll Tax cominciò a collassare. La nostra generazione di militanti era stata coinvolta nell’attivismo per circa dieci anni partecipando a numerose lotte politiche e molti di noi erano quasi sull’orlo dell’esaurimento. Alcuni erano “stanchi”, altri erano finiti in prigione, altri ancora dovevano affrontare lunghe cause giudiziarie e in molti avevano commesso il crimine ultimo della militanza, quello di impegnarsi in una relazione a lungo termine e fare addirittura (oddio!) dei figli.
Negli anni Ottanta avevamo cercato di non diventare “militanti a tempo pieno”, quasi sempre senza successo, e ora aspiravamo a un po’ di “vita”. Una delle poche attività non-Politiche a cui alcuni di noi avevano preso parte erano le partitelle di calcio a Easton, una delle Comunità locali dove vivevamo. Questa attività era andata avanti per diversi anni riuscendo a unire punk, squatter, hippy, giovani del posto e richiedenti asilo. Nel 1992 ci adoperammo per far nascere una squadra e ci iscrivemmo a un campionato locale. Senza rendercene conto, avevamo innescato una serie di eventi che ci avrebbe trascinato nei posti più impensati.
Anatomia dell’Easton Sports Club
Vorrei isolare quattro concetti che avevano un legame diretto con le comunità Politiche degli anni Ottanta e che hanno caratterizzato lo sviluppo di quella che sarebbe poi diventata la società sportiva degli Easton Cowboys. Pur non essendo mai stati esplicitati così come sarebbe accaduto in un’organizzazione Politica, questi concetti giocarono un ruolo importante nella nostra nuova comunità politica.
Autonomia
L’idea di un’organizzazione indipendente e autonoma, senza la mediazione di un corpo esterno (che fosse di natura finanziaria o politica) veniva direttamente dalla cultura punk-rock. Il principio per il quale si può “alzare il culo, imparare tre accordi e formare una band”, tipica degli anni Settanta, era esploso nel decennio successivo in tutta una serie di organizzazioni politiche e culturali (palazzine occupate, centri sociali di quartiere, sale concerto, festival gratuiti, la cultura del viaggio ecc.). Grazie a gruppi postpunk come i Crass e traendo ispirazione dal movimento squatter europeo (Berlino, Amsterdam, Zurigo) un’intera generazione di militanti era stata contaminata da quell’atteggiamento “cavatela da solo” per cui non bisognava aspettare il permesso di qualcuno o di avere il denaro necessario prima di attivarsi per trovarsi uno spazio in cui fare socialità. Nonostante i problemi dovuti alla pesante repressione delle forze dell’ordine negli anni Ottanta e quelli legati all’abuso di droghe pesanti, questo approccio rimase diffuso fra gli attivisti per tutti gli anni Novanta, mescolandosi poi con la scena acid house e dei free party e infine con l’emergente movimento no global e il movimento Reclaim the Streets.
Per quanto ci riguarda avrebbe preso una svolta diversa, diventando parte della cultura di questa nostra piccola ma rapidamente in crescita organizzazione sociale e sportiva. Eravamo fieramente indipendenti e recuperavamo i fondi necessari attraverso ogni genere di espediente, concerto o festa che ci veniva in mente, rifiutandoci di accettare qualsiasi tipo di finanziamento o sponsorizzazione pubblici o privati che fossero, ed evitando anche la carità o i “magnati” di sorta. A livello politico, il nostro approccio diy significava non essere legati ad alcun gruppo Politico (a differenza di altri club di calcio di sinistra), stando attenti a non farci sussumere dalle amministrazioni locali o dalle cosiddette organizzazioni Comunitarie e, non appena siamo diventati una storia “appetibile” per la tv, la radio e la stampa nazionale o locale, tenendo sotto controllo il rapporto con i media mainstream.
Democrazia e organizzazione
L’esperienza con le consorterie gerarchiche o paramafiose delle squadre in cui, o contro cui, avevamo giocato ha confermato definitivamente alcune idee che avevamo già maturato sulla democrazia a partire dalla nostra esperienza Politica. Fin dal principio abbiamo deciso di esercitare il nostro potere di giocatori, attraverso assemblee aperte per nominare l’allenatore e le altre posizioni di responsabilità all’interno del club. Le assemblee diventarono presto molto partecipate e chiamavano a raccolta l’intero club, a conferma che la nostra era davvero un’organizzazione sociale e sportiva in cui chiunque frequentasse le partite, anche se non era un giocatore, aveva diritto di voto. Inoltre, ancora oggi, non è prevista nessuna adesione formale. Nel tempo il gruppo ha maturato diverse competenze, come la capacità di preparare e moderare le assemblee in modo da garantire a chiunque la possibilità di parlare, oppure rielaborando i concetti di rappresentanza, rotazione e responsabilizzazione. A fronte di tutto ciò, abbiamo comunque creato un’organizzazione flessibile in grado di formare piccoli gruppi per svolgere compiti specifici o organizzare eventi, gruppi che poi si scioglievano al termine del proprio lavoro, in modo tale da prevenire la cristallizzazione di una leadership o un’eccessiva burocratizzazione. I nostri motti erano: «Se diciamo di farlo, lo facciamo» e «Il tanto di organizzazione che serve e niente più».
Il successo ottenuto grazie al nostro modello democratico (malgrado l’egemonia contemporanea del pensiero neoliberista)3 e la progressiva crescita del club hanno dato vita a un’ampia organizzazione che a sua volta ha provocato la nascita di vari sottogruppi interessati a questioni specifiche. Alcuni Cowboys, per esempio, erano coinvolti in campagne locali (come la lotta per la costruzione di nuovi campi da gioco, le iniziative di solidarietà ai richiedenti asilo o altre attività antifasciste), in attività sociali (ballerini di can-can, progetti artistici, gruppi di studio sulla storia) e in gruppi di solidarietà internazionale (Chiapas, Palestina, Brasile ecc.). Diversamente da molte organizzazioni Politiche formali, gli Easton Cowboys non cercavano di assorbire questi gruppi nella propria struttura o di controllarli, ma al contrario creavano un ambiente in cui queste attività erano sia pubblicizzate sia aperte al coinvolgimento del resto dei giocatori e dei tifosi. Questi sottogruppi autorganizzati erano autonomi e mantenevano ampie connessioni con l’esterno, ma allo stesso tempo erano fortemente legati al club. Questa dinamica ha finito per creare una rete di attività non sportive attorno al club che da un lato ha attirato nuovi giocatori di diversa provenienza sociale e dall’altro ha offerto molte occasioni di coinvolgimento in attività politiche più strutturate rispetto al giocare a calcio in sé.
Inclusività
Le questioni di classe, razza, genere e orientamento sessuale sono state centrali nei movimenti radicali degli anni Ottanta. Il periodo è stato caratterizzato dalle classiche posizioni “anti” (antirazzismo, antisessismo ecc.) sostenute a partire dall’idea secondo cui “il personale è politico” sviluppatasi principalmente nei movimenti femministi degli anni Settanta. La cultura degli Easton Cowboys era diversa in modo sottile ma sostanziale. Il nostro obiettivo era creare all’interno del club un’atmosfera che non escludesse le persone, abbastanza differente da quell’attitudine accusatoria tipica dell’estrema “correttezza politica” di cui alcuni di noi avevano avuto esperienza in organizzazioni Politiche precedenti. Non ci siamo attaccati alle parole, ma piuttosto abbiamo affrontato i problemi del sessismo e del razzismo all’interno del club a partire da una base personale, e soltanto come ultima risorsa li abbiamo portati nelle assemblee formali4. Centrale era il tentativo di creare un’atmosfera più inclusiva e rispettosa della sensibilità cercando di non censurare per questo le battute o lo scherzo. Fare una battuta su una “prostituta” per esempio, poteva voler dire far presente che quella persona accanto a te ne stava frequentando una. Dire qualcosa di denigratorio contro le lesbiche al contrario voleva dire offendere delle supporter del club o delle calciatrici della squadra femminile. È un processo non facile. La chiave di questo approccio era comprendere che il comportamento e il linguaggio non sempre definiscono le opinioni e che il cambiamento personale sorge dall’esperienza e dal riconoscimento di un rapporto piuttosto che dal rimprovero morale o da una condanna formale. Il risultato è che siamo cambiati tutti e tutti ci siamo evoluti.
La questione dell’inclusività è centrale a causa delle pratiche escludenti, sia formali sia informali, presenti nelle sottoculture e nelle comunità Politiche. I Cowboys non si concepivano come una squadra di calcio “anarchica”, piuttosto cercavamo di interagire con la Comunità in cui vivevamo e anche con i gruppi appartenenti alle varie sottoculture e le comunità Politiche locali. Durante le trasferte ci siamo imbattuti in diverse squadre “anarchiche” notando come invece la loro ricerca di autonomia fosse consciamente o inconsciamente escludente poiché collocavano le loro attività sportive in un milieu controculturale o Politico specifico5. Una questione in questo senso strettamente connessa ruota attorno al dove i membri di un club sportivo dovrebbero ritrovarsi per socializzare, per gli anarchici la risposta più ovvia è «confinati in un centro sociale». La base operativa dei Cowboys era invece il The Plough, un pub multietnico gestito da giamaicani molto radicato nella Comunità di Easton6. Questo spazio di socialità è stato un luogo d’incontro neutrale per appassionati di calcio, attivisti politici e membri della Comunità in generale.
Gli Easton Cowboys hanno sempre rappresentato un miscuglio di etnie diverse relativamente equilibrato e legato alla nostra collocazione in una Comunità multietnica, all’apertura tipica della nostra organizzazione e alla natura stessa del “gioco più bello del mondo”. Il calcio ha la grande capacità di attraversare le barriere etniche e culturali perché è semplice, non ha bisogno di particolare attrezzatura e rappresenta un’esperienza collettiva “spettacolare”. Chiunque può giocarci, in ogni parte del mondo. Non fornisce una soluzione definitiva al problema della discriminazione, ma offre “spazi” dove i pregiudizi possono essere compresi e dove vengono intessuti nuovi rapporti, anche solo per aver giocato o festeggiato “assieme”.
Prima di iscriverci al campionato di calcio locale eravamo ben consapevoli dei possibili problemi a cui andavamo incontro schierando un manipolo di punk e capelloni insieme ad abitanti del quartiere di origine afro-caraibica, sikh e rifugiati iracheni. Tanto per cominciare, eravamo nel bel mezzo delle “conseguenze” della prima guerra del Golfo e ci aspettavamo di dover affrontare elementi razzisti presenti in alcune delle squadre avversarie. Per molti versi, invece, ci saremmo dovuti ricredere: la maggior parte delle squadre con cui abbiamo giocato si è comportata correttamente e gli incidenti che avevamo paventato sono stati pochi e sporadici. Nei casi in cui effettivamente ci sono stati episodi di razzismo e omofobia sul campo da gioco, abbiamo reagito in modo più o meno violento o con l’ironia a seconda della gravità. Quando avevano a che fare con i Cowboys, quegli idioti senza cervello non sapevano mai se si sarebbero beccati una testata sul naso o se gli avremmo toccato il culo! Il ruolo di predicatori morali ci andava stretto, preferivamo far parlare lo sfottò o i nostri scarpini.
Inevitabilmente, dalla nostra inclusività è emersa anche una contraddizione. Con l’arrivo di un sempre maggior numero di giocatori in cerca delle gioie e dei drammi del calcio domenicale ci siamo trovati di fronte al problema di dover escludere quelli “meno bravi” dalla nostra unica squadra titolare. Il momento è stato cruciale e il dilemma era chiaro: dovevamo attenerci ai nostri principi “anarchici” e far giocare tutti a prescindere dalle loro capacità, oppure escludere i meno bravi rischiando così seriamente di allontanarli dal club? La soluzione che bilanciava la necessità di vincere le partite per progredire nel campionato e il principio di “inclusione”, si è presentata in modo naturale. Quando il numero di giocatori che non riuscivano più a sostenere una partita regolare (e che se ne lamentavano apertamente) è cresciuto fino al punto di rottura, a quel punto abbiamo creato una seconda squadra. Era una soluzione fantastica perché creava più “spazi” di gioco, rafforzava il club e, soprattutto, forniva un ambito in cui i nuovi giocatori o quelli più giovani potevano farsi le ossa. Negli anni questo processo si è replicato a ritmo sostenuto, tanto che il club oggi può vantare complessivamente, fra maschili e femminili, dodici squadre di quattro sport diversi – calcio, cricket, netball e pallacanestro – rendendolo una delle più grandi società sportive dilettantistiche della città.
Internazionalismo
Per ultimo, vorrei parlare di internazionalismo, scritto di proposito con la “i” minuscola perché, ancora una volta, nei Cowboys questo aspetto non è mai stato artificioso, forzato o Politico.
Le relazioni internazionali a livello cittadino, che spesso consistono in gemellaggi fra città e centri urbani, raramente riguardano i rapporti diretti fra le persone. Quanto alle connessioni internazionali fra sindacati, partiti Politici e altre organizzazioni, sono spesso mediate dalle strutture formali o dalla Politica coinvolta. I nostri viaggi, al contrario, ci permettevano di entrare direttamente in relazione tanto con le comunità quanto con le Comunità. Con questo voglio dire che andavamo a conoscere squadre come la nostra (formata da squatter, punk, antifascisti), ma anche normali squadre locali (Bad Muskau nella Germania orientale, Łęknica in Polonia ecc.). Fra noi e le persone che andavamo a conoscere non c’era alcun gruppo né alcuna organizzazione a mediare, a spingerci era solo la “meraviglia” di andare a giocare a calcio in luoghi insoliti, un sogno che crediamo alberghi nella mente di chiunque prenda a calci un pallone. Questa “meraviglia” della scoperta ci avrebbe portato dal Chiapas alla Palestina e a organizzare tornei internazionali (sviluppati sul modello tedesco) che avrebbero portato su uno stesso campo ragazzini di Soweto e raver di Leeds, squatter tedeschi e vecchi veterani del calcio polacchi.
A fare da collante in tutto questo è stato lo sport. In Europa era la scusa per conoscere ogni anno nuovi (oggi vecchi) amici provenienti da svariati paesi e fare baldoria. Con le comunità indigene zapatiste in Messico, il calcio è servito a “rompere il ghiaccio”, un’opportunità che tante altre delegazioni internazionali spaesate non sono mai riuscite ad avere. Nel quartiere di Compton, a Los Angeles, il cricket è stato il mezzo attraverso cui legare con una comunità a tal punto estranea all’America bianca che nessuno si capacitava fossimo realmente lì. La cosa paradossale è che l’unico motivo per cui conoscevamo Compton prima di andarci era per una violenza talmente commercializzata dal capitale, attraverso il gangsta rap, che potevi comprarla impacchettata ovunque nel mondo. Questo preconcetto era talmente radicato, soprattutto nei giocatori e nelle giocatrici più giovani, che rimanemmo poi piacevolmente sorpresi dalla calorosa amicizia offerta dagli abitanti di questa mitologica anti-Disneyland californiana. Insomma, è stata la “meraviglia” unita al calcio, al cricket e alla pallacanestro, a spingerci a entrare in contatto con comunità sparse per quattro continenti.
Senza dubbio, la lezione da trarre è che creare legami internazionali non è poi così complicato, soprattutto quanto di mezzo c’è il calcio, il cricket, ballare e fare festa. Sarebbe interessante capire come fare il passo successivo, per cui sono necessari legami concreti, amicizie e rapporti duraturi. Potrebbe essere l’inizio di una rete globale in grado di trascendere lo Stato-nazione e le divisioni culturali e razziali. Come club sportivo, sentiamo di aver fatto qualche piccolo passo sulla lunga strada verso il sogno di una comunità umana mondiale. Avanti fino alla vittoria…
In ultima analisi, non c’è mai stata una grande pianificazione dietro i Cowboys. Le nostre avventure politiche e il nostro attivismo si sono evoluti e sviluppati in modo spontaneo nel tempo. In un certo senso il club è un esperimento sociale continuamente in divenire. La maggior parte dei club sportivi e delle organizzazioni sociali hanno una vita limitata, spesso nascono e muoiono abbastanza in fretta, mentre dopo vent’anni di Cowboys non ho ancora idea di cosa possa accadere o dove possa condurci il domani né quale forma avrà il club fra cinque anni. Il che, dopotutto, riflette l’esaltazione che si prova quando si pratica il “gioco più bello del mondo”: non puoi mai sapere cosa succederà!
- Il calcio (così come altri sport) può riuscire a rompere le divisioni create da appartenenza nazionale, razza e cultura laddove interventi più esplicitamente Politici spesso falliscono.
- Concetti come autonomia, democrazia popolare, inclusività e internazionalismo possono essere esplorati nella pratica fuori dai confini delle organizzazioni Politiche.
- Può essere più facile mettere alla prova concetti come questi quando non si adopera un approccio apertamente Politico. Le idee sono più importanti delle posture o delle etichette politiche.
- È utile fuoriuscire dalla tua comunità Politica per entrare in una Comunità politica e per fare ciò i club sportivi “multiprogetto” possono essere una via più efficace.
- Organizzazioni come i club sportivi possono fornire spazi di socialità affinché le persone si incontrino, permettendo il superamento delle divisioni dovute alla razza, all’appartenenza di classe, al genere o a sottoculture specifiche.
- Club come i Cowboys non dovrebbero essere giudicati in base alla loro capacità di raggiungere obiettivi Politici, ma in base alla capacità di mettere in pratica idee radicali e di fare da amplificatore per la loro diffusione sia a livello locale che globale.
[Roger Wilson è stato uno dei membri fondatori dell’Easton Cowboys and Cowgirls Sports Club. Grazie a questo felice incontro di cervelli, ha passato più di vent’anni a giocare a calcio, pallacanestro e cricket in Inghilterra e in tutto il mondo. Attualmente conduce una doppia vita a Bristol, come ingegnere e come storico]

